Writing a sex scene

13 febbraio 2012 § Lascia un commento

«Tenga», Elly allungò un bicchiere a Bill e tenne la bottiglia per sé. Parlava, parlava così fitta che Bill non capiva se lui fosse lì perché lei gli parlasse. Si sentiva un bersaglio, sprovvisto delle energie per rimanere saldo. Aveva le braccia scomposte: su quel divano sfondato non sapeva dove metterle; le gambe rigide, piegate perché le persone sedute le piegano. Le dita arpionate alle ginocchia, verticali come pinze. inopportune, anormali; solo la mano destra aveva uno scopo, consolata dal bicchiere di whisky. «E allora, lei mi capisce. Erano tanto belline, rosse, e io piacevo a quell’uomo. Me le ha date a credito, me le sono meritate». S’avvicinava Elly, batteva la mano sulla coscia di Bill, poi sulla sua, poi di nuovo su quella di Bill, più vicino a dove lui poteva sentirla. Lo stesso dolore asciutto, privato dell’umidità dei pianti spesi. Sentiva la coscia pulsare, la ritraeva, ma Elly avanzava concava, usava entrambe le braccia ora per battere su di sé e su di lui, così che il dolore fosse uno solo, un bruciore costante, cutaneo. La macchia insolvibile che li aveva corrotti e, pensò Bill, attratti fin lì, senza inganno, solo per salvarli.
«Li ha fatti tutti lui, l’unica cosa che quel negro ha lasciato a mio figlio» «Dev’essere una cosa di famiglia», era sinceramente interessato alle forme che il ragazzo aveva tracciato sulla carta. La pienezza dei disegni che si prendono la perfezione delle persone che li contemplano e le lasciano a trasandarsi, disperate. «Elly, non so cosa devo fare per lei, io…» e fu allora che Elly se lo prese. Lo fece senza grazia, gli si aggrappò perché lo voleva. Cercava la perfezione per suturare la macchia, colmare il suo corpo, disperato e creditore. Si piegò per averla. Per averlo da dietro ed essere spinta, incoraggiata. Fino alla fine, per vedere cosa c’era dopo, per consolarsi e tamponare dolore. Ricominciarono più volte, senza mai davvero fermarsi e riprendere. Come dopo la morte di un figlio, quando il tempo sembra aspettare di vedere l’uomo fallire di nuovo. Lo spazio sul tappeto era misero, minacciato dagli spigoli del tavolo. Bill non credeva di poterla sentire così, tra il rumore violento degli oggetti persi, ma il bisogno era talmente straziante che affondando in lei, il piacere ribolliva fino a schiumare fuori di sé.
Così, quando fu calmo come solo il vuoto finalmente riempito può mostrarsi, la guardò negli occhi e glielo disse.

[Monster’s Ball, USA 2002]

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