Secondo Matteo

5 febbraio 2012 § Lascia un commento

S’era deciso che l’avremmo suicidato. Seduti in cerchio ci guardavamo l’uno con l’altro per capire chi ci stava e chi invece preferiva lasciare che le cose andassero come era stato scritto. Alcuni non volevano entrare in contatto col corpo per non dover avere a che fare per tutta la vita con gli stessi palmi immondi. Così fu fatto ad estrazione, pagliuzze lunghe e corte come quelle dei pirati. Io però non ero in discussione: degli undici rimasti ero l’unico che non aveva problemi a sporcarsi le mani e che già aveva dato un contributo non da poco.

Intanto Giuda se ne stava dentro la baracca, riverso a terra con la trachea che fischiava come il buco di un cetaceo. Rantolava invece di morire. Prima di accasciarsi sul legno marcio mi aveva guardato con due occhi vitrei da soap opera e aveva allungato il borsello gonfio dei trenta denari che neanche alla Snai gli avevano voluto indietro. – Che cazzo me ne faccio Giuda? Che cazzo me ne faccio, io, delle tue monetine sozze, se non arrivo neanche alla cassa del supermarket per pagare un lecca lecca con la faccia di Marilyn? – Lui aveva rumoreggiato sbavando ed io ero uscito a prendere una boccata d’aria, impaziente che qualcuno mi aiutasse a finire il lavoro.

Poi, il caso bastardo aveva scelto lei: Pussy. Pussy era una bambina con il viso fresco e la boccuccia a bocciolo. Aveva forme da gelataia e niente che ricordasse i primi tempi dell’asilo. Quello che restava dei discepoli, invece, era un pugno di sbandati. Pietro era telato e con lui un paio di bambole dal grembiulino corto e il cervello mangiato dai rimorsi. Gli altri ancora discorrevano se dovesse essere un ulivo o un albero di limoni. Di mio, cominciavo a spazientirmi e avevo fretta di andarmene a pranzo. Ordinai a Pussy di sotterrare le monete del povero diavolo nel campo piatto di rimpetto alla baracca e me ne entrai munito solo di una fune spessa come l’alluce dell’Iscariota. Gliela legai stretta attorno al collo tozzo, con un nodo scorsoio che avevo imparato a fare grazie al tutorial di un tredicenne albino su youtube. Poi mi infilai dei vecchi pattini fisher price allungabili e li feci scattare fino al numero trentaquattro. – Pussy, bella rientra. Abbiamo da fare. – Fischiai. Quel fiorellino accorse come fosse davvero indispensabile. La feci sistemare di spalle, il viso rivolto verso l’uscita, e mi avvinghiai a lei coi gioielli di mamma appoggiati al suo didietro. Le dissi di afferrare la fune che intanto gli altri avevano legato al tronco dell’ulivo. – S’è deciso per l’ulivo – constatai. Poco male, con l’albero dei limoni lo sa Dio come sarebbe andata a finire. Così mentre noi due stronzi ci issavamo fino alla pianta, le mie mani stringevano al guinzaglio quella bestia con gli occhi ribaltati. Nonostante avessi le tempie pulsanti di fatica, i discepoli, serpenti, non alzarono un dito.

Una cosa che gli ulivi non sanno fare come si deve è tenere ombra a chi la cerca. Io e Pussy stavamo lì a sgobbare sotto il sole come quei poveri cristi sulle piramidi. Lanciai la corda oltre il ramo più alto mentre la piccola, agile come una mantide, s’arrampicava su un tronco ridicolo e poi su un ramo esile e torto. Afferrò al volo la corda e la fece passare dall’altro lato di quello che sarebbe stato il nostro sostegno. Poi si lasciò scivolare a terra come una lap dancer del Mississippi. Quella Pussy aveva classe. Le feci l’occhiolino. Fissammo con un masso di fortuna la corda a terra e osservammo Giuda pendere, sgraziato come un vecchio orso dai piedi nani. L’ulivo scricchiolò ma sembrò reggere il peso. L’uomo era già morto prima, quindi non ci preoccupammo più di tanto del risultato. Semplicemente doveva essere impiccato perché la consegna lo richiedeva.

Prima di andarcene io e Pussy ci facemmo scattare una foto, con la luce di aprile, giudice, piantata in fronte. Ah la Palestina, che clima fenomenale.

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