In caso di neve

28 gennaio 2012 § Lascia un commento

L’acqua e ammoniaca della mattina appena alzata non è lasciata a macerare per errore. La catenella d’acciaio penzola fredda accanto al corpo fermo, estremamente vulnerabile quando ancora non è venuto a contatto con l’aria vera, quella che sta aldilà dei vetri e che ha un sapore che si ricorda sempre. Gaia pensa che da sola non ne valga la pena, tutta quell’acqua solo per lei, non se la merita. Così, lascia l’urina sul fondo del gabinetto, ed entra nella vasca da bagno con ancora la parte sopra del pigiama.

Il getto freddo le gela la pianta del piede disegnandole attorno una forma incerta come il suo umore volubile. Non sa se si laverà anche la parte di sopra, l’acqua calda potrebbe non arrivare mai. I minuti passano e il verde spento della vasca, furtivo approfitta della luce. Gaia si siede sull’erba, d’improvviso sente caldo e decide che si laverà fin sotto le orecchie. Piega le ginocchia al viso, vicine da sfregare con la spugna e per un pelo una bicicletta non le passa sull’alluce. – Cristo, i vecchi – pensa Gaia – c’è il rischio che stendano gli altri nonostante il passaporto dica che tocchi a loro. Il caldo comincia ad avere la meglio e l’odore di urina è più forte di quello del sapone. Gaia al semaforo chiede scusa per le cattive abitudini e il cane del vecchio le dà ragione per non discutere. Lui, comunque, non arriverebbe a tanto. Odia essere messo sotto i piedi, nudi, degli esseri umani appena lavati, per questo raramente non dice quello che pensa. Poi riparte di gran lena, pedalando dietro al padrone. Gaia attraversa la strada, un altoparlante nascosto annuncia una giornata di forti sconti al motorvillage. Lei però tira dritto verso il mercato del corso: ha bisogno le sarde per fare una pasta come si deve e se possibile un elastico alto due dita, meglio color panna e non troppo spesso, per cucirlo all’interno del copripanca rotondo. Le han detto che sarebbe fantastico trovarlo dello stesso colore del mattone, così che il mobile potrebbe barocco sparire nel muro. Gaia ringrazia, poggia le borse sugli scalini e si asciuga il dorso puntuto all’altezza a cui arriva con le braccia torte all’indietro. Il resto, fa niente.

Dalla finestra vede entrambi i bracci del castello riunirsi a nord, dove il sole è di fretta, sempre solo di passaggio. Due torri più una a sigillarne l’ingresso. I giardini geometrici sono a sud insieme alle fontane centrali: due, quattro, sei. Gaia si confonde. Ha sempre avuto bisogno di una mano tesa che le mostrasse cardo, decumano e il centro delle linee di fuga che le partono dai gomiti. Ma queste dannate fontane si moltiplicano senza pudore e quando deve dichiararle non sa mai quante sono, di certo meno di dieci.

Il giorno dell’incendio Gaia stava verniciando lo stipite del soggiorno color mattone. Era andata a finire così, che alla fine s’era fatta influenzare dalla sua estetista. Quel cane maledetto l’aveva pure obbligata a far sparire l’urina a furia di mangiarle il cervello con quello sguardo peloso pieno di boria. S’era impegnata a tal punto da non avere tempo per le cose importanti. E, mentre la rivolta fuori impazzava, Gaia aveva tentato di chiudere o almeno accostare le persiane delle portefinestre, ma tutto un fiammeggiare di fuoco e cannoni aveva rovinato il lavoro di anni. Il Castello di Mirafiori era andato in vacca in meno di dieci minuti, con i francesi fuori, i francesi dentro e gli stipiti pennellati a metà. Al suo posto s’erano costruite venti villette negli anni venti, trenta palazzi a tre piani negli anni trenta, cinquanta o sessanta condomini a sei piani negli anni cinquanta e sessanta poi i secoli erano aumentati a dismisura e i piani anche, per poi ricominciare da zero. Ma questo era successo due secoli dopo. E Gaia era partita da tempo con la panda nuova, smussata ai lati e targata Artom e il tasto dell’autodistruzione al posto dello stereo, pronto da usare in caso di neve.

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