La natura umana

3 gennaio 2012 § Lascia un commento

Vi fu un tempo in cui incontrare un uomo per strada faceva piacere come incontrare il diavolo.

Nei periodi di carestia, quando la guerra dettava gli orari di veglia, erano i fagiani, le pernici e le lepri a moltiplicarsi, come il grano minuto nelle sacche di miglio. I lupi rapaci s’ammassavano numerosi fuori dalle città, rabbiosi di fame. Divoravano gli uomini senza dimora, buttati malamente sotto i portici perché vinti nella carne dai mali del creato. Così, senza la cura paziente che muta la pianta selvatica in domestica, la selvatichezza dilagava e frutti difformi nell’aspetto e nel sapore, inquinavano le esigenze umane e se ne impadronivano. Il sapore, infatti, diviene adeguato al gusto e all’utile dell’uomo solo grazie al letame, che lento dispone il fusto, e paziente ne addomestica il frutto.

La concimazione delle vigne con il letame suole viziare il sapore del vino. Era una cosa che avevo imparato a Lovanio, dove studiavo per divenire agronomo. Ricordo una festa del primo autunno, quando ancora il clima era mite e la pioggia rada. Ragazzi di ogni età si ritrovavano in quella Lovanio nuova, voluta dai francesi, che ancora oggi inganna i viaggiatori sul momento di salire sul treno. La città, solo in quell’occasione diveniva territorio franco di giovani e sbandati, e noi agronomi, bevuti come bisce, eravamo poveri vagabondi in camice lercio. Il nostro chiasso era un segnale che la gente non voleva sentire. Le ragazze si scostavano, non trovavano nulla di esilarante nell’odore che involontariamente ci apriva la via e che impestava l’aria di un fetore sporco. La regola era di non lavarlo mai, il camice da laboratorio, fino al giorno della laurea, quando avremmo smesso di giocare agli spiriti della terra. Il mio camice, però, restò immondo fino alla fine.

Ero tornato a casa di corsa, quell’estate, una brutta malattia mi aveva costretto ad una serie di trasfusioni. Dicevano di dovermi pulire il sangue per intero e così, per tutto il mese di agosto e quelli successivi, feci dentro e fuori dall’ospedale, accudito da mia madre che fingeva di lamentarsi per il mio bisogno di lei. Luca, invece, gongolava,contento che i riflettori su di lui si fossero abbassati e con questi anche l’attenzione familiare che solitamente lo soffocava. Fu lui, un pomeriggio, a raccontarmi a fatica un fatto che già avevo sentito alla radio, quella stessa mattina. Mi disse che era vero, che fuori dal Gay Village c’erano dei ragazzini. Per un attimo, sentii come un fastidio allo stomaco, un prurito malsano divampare sotto la maglia. – Ragazzini come me, intendo. Non è così che mi chiama mamma, no? – incalzò lui tutto proteso verso il letto, per controllare le mie smorfie. Parevo svogliato, ma non lo ero. L’essere costretto a casa, convalescente di continuo, tra una trasfusione e l’altra, mi dava noia. – Che hai visto Luca? A quell’ora avresti fatto bene a tornartene a casa – Il radiogiornale aveva parlato di qualcosa come le quattro di mattina. – Ne hai sempre una – Sbottò lui, stanco di sentirsi il fratello minore anche quando serbava quello che gli era sembrato lo scoop del secolo. Afferrò lo zaino scocciato e sbuffò acuto come un asino scattando fuori dalla stanza. A vederlo da fuori sembrava un matto, nemmeno tanto coordinato. Ma forse il matto ero io a trattarlo ancora come il ragazzino che ormai aveva smesso di essere da un pezzo.

La sera precedente, il ventidue di agosto, all’Eur era successo un casino. Un uomo – il cui soprannome scoprii qualche tempo dopo essere Svastichella – aveva assistito ad un bacio di una coppia omosessuale. Stavano tutti lì, i ragazzi, l’uomo, mio fratello e chissà chi altro. A pochi passi, l’odore unto di un chiosco che vendeva panini e, dalla parte opposta, lo scroscio di una fontanella. L’uomo era con un gruppo di amici, mio fratello con un altro ragazzo. La situazione, mi disse Luca una volta sbollita la collera, poteva sembrarmi incredibile. L’uomo aveva apostrofato malamente la coppia per essersi baciata davanti a dei ragazzini e uno dei due giovani s’era difeso, dicendo di non stare facendo nulla di male, essendo quello un paese libero. Al ché l’uomo, afferrata una bottiglia da terra, l’aveva spaccata in testa ad uno dei due e immediatamente aveva accoltellato l’altro. Luca non ricordava se avesse usato un serramanico o se impugnasse ancora la bottiglia al momento di scaraventarsi sul secondo giovane. Mi disse solo che s’era come sentito un tubo dritto in gola e non era riuscito né a muoversi né a mandar giù la saliva. Aveva perso il controllo di sé e non sapeva più dove finiva il suo corpo e dove iniziava lo spazio in cui stava.

A fatica i confini dei campi potevano essere misurati e, ancora maggiore, era lo sforzo che le autorità facevano per ricordarli. Talvolta, i signori, preferivano vendere gli appezzamenti meno armonici che sciacquavano a vista, disperdendo la tenuta. Cercavano spesso di ammorbidirne i confini, senza rinunciare alle zone boschive e agli incolti comuni. Non era raro che un manso potesse contare da sé oltre dodici giorni di marcia, comprendendo selve fitte e superfici di arativo. Camminando, vi si incontravano uomini differenti per statuto giuridico e foggia. Servi allodiali e vignaioli, pastori e coltivatori di bachi. Con ognuno di loro il signore stipulava un contratto, tanto preciso e personale, che difficilmente potevano sorgere interrogativi a riguardo, e il giuramento reciproco ne sigillava il valore. L’accordo durava di solito per ventinove lunghi anni, sfuggendo l’usucapione, a tutela della memoria dei potenti e non prevedeva quasi più servizi di manodopera sulla riserva dominicale, poiché questa s’era ristretta e vi era, in quel tempo, una discreta disponibilità di liquidi.

Svastichella, si venne a sapere dai giornali, non aveva avuto una vita facile. Era stato immischiato in affari di droga e reagito in modo inelegante nei confronti della polizia. Si diceva fosse un vecchio pugile e che il pugilato fosse un affare di famiglia. Alcuni giornali titolarono in modo ridicolo, tentarono di dissociarne le azioni dalla persona. Il sindaco cercò di ripulirne il nome per timore che fosse associato ad una parte politica non troppo distante dalla sua. In cuor suo, Svastichella cominciava a sospettare che la cartella clinica di invalido parziale potesse non bastargli più. La sera dell’aggressione solo un uomo s’era adoperato perché Dino, il giovane accoltellato con quello che si disse poi essere un pezzo di vetro, fosse soccorso e portato all’ospedale. La polizia era arrivata sul posto immediatamente e Svastichella era stato denunciato a piede libero per tentato omicidio, senza dunque che fosse fermato sul posto. In molti, per questo, avevano gridato allo scandalo.

L’estate romana volgeva al termine e con essa un periodo poco felice per chi, come Luca, cercava di sentirsi libero nella città più grande d’Italia. Le aggressioni sembravano potersi ripresentare sotto forma di insulti ed intimidazioni. Dopo i froci nei forni erano arrivate le bombe. Era una mattina di settembre e ricordo il mio nervosismo, mentre attendevo una comunicazione scritta che accettasse il congelamento dei miei esami. Il fisico non era riuscito a sostenere lo spirito e la mia volontà di ripartire per Lovanio, senza perdere nemmeno un anno accademico, sembrava scemare di giorno in giorno. Erano le sette di mattina, due uomini con i caschi e il volto coperto avevano cosparso con un litro e mezzo di benzina, l’ingresso di una discoteca di Portonaccio, sede storica di una manifestazione simbolo della comunità gay romana. Avevano tentato di sfondare un vetro per versare il liquido infiammabile direttamente all’interno del locale ma, non essendoci riusciti, s’erano accontentati dell’uscio. Così il portone aveva preso fuoco, annerendo per intero senza ferire nessuno. Questo succedeva una decina di giorni dopo i due grossi petardi esplosi in Via San Giovanni in Laterano, la Gay Street per eccellenza, che avevano danneggiato un motorino e fatto esplodere una fioriera, durante una sera di festa simile a molte altre in quella strada.

Luca s’era proposto di accompagnarmi in ospedale, ora che mia madre aveva ricominciato a lavorare. Così, il sabato mattina, mi tirava su di peso e mi scarrozzava in autobus fino in clinica. Non aveva ancora la patente e, a quella parlantina che lo contraddistingueva da piccolo, si erano sostituite braccia potenti che a gesti spiegavano particolari che a me sfuggivano. Mentre attraversavamo un viale, tanto ampio da doversi fermare al centro per prendere fiato, mio fratello mi disse che le scritte sui muri e le bottiglie piene di urina lasciate accanto alle auto, parcheggiate vicino al Coming Out, lo terrorizzavano. Mi disse di essere esausto, stanco di avere paura. Gli brillavano gli occhi, piantati nei miei come se stesse pregando. In quel momento provai lo stesso fastidio che ritornava ogni volta che mi sentivo bersaglio delle confessioni di qualcuno. Come se non volessi conservare le rivelazioni altrui per non sentirmi corresponsabile delle conseguenze.

In sala trasfusioni attesi più di mezz’ora prima che l’infermiera potesse occuparsi di me. Mi si rivolse scanzonata, col tono gioviale di ogni settimana. Ma io non appena vidi chi avevo accanto persi ogni interesse per la donna e immediatamente chiesi a Svastichella che ci faceva lì, insieme a quelli che dovevano pulirsi il sangue. L’uomo, sulla quarantina, borbottò qualcosa: forse non erano affari miei. Silenziosi, uno accanto all’altro, ci lasciammo manovrare come due burattini. Il sangue scorreva nei tubi, gorgogliava in trasparenza, coperto dal rumore della macchina, nel suo colore nudo di ruggine. Quello di Svastichella, invece, era nero come la pece. Glielo tolsero tutto fino all’ultimo goccio. Il sacco trasparente, gonfio di scorie, sembrava il fegato di un animale. Bianco come un cencio, l’uomo riprendeva ora il suo colore naturale grazie al sangue buono che la donna cordiale aveva preparato per lui. A trasfusione terminata, salutammo e ci avviamo verso l’ingresso secondario. Fuori, il ronzio degli insetti era disturbato come ad ascoltarlo alla radio. Io e Svastichella ci adoperammo per avvistare il posto migliore per guadare il fossato, senza correre il pericolo di scivolarci dentro. Superato il canale di scolo, gli orti, risultato di iniziative silenziose, quasi furtive di singoli contadini, ci accolsero con il loro disordine endemico. La diversità di colture, in quel villaggio aperto, privo di fortificazioni era invidiabile e a tratti magica. Svastichella premette perché raggiungessimo l’ostiense: aveva tutta una smania di vedere il mare. Lo considerava la via di fuga ideale, ora che il sangue era buono, ma non ancora caldo da dare alla testa. – A sangue freddo – disse – posso combattere contro chiunque. Per un attimo credetti volesse battersi contro di me e sentii le ginocchia cedere. Con un colpo di reni e lo sguardo sicuro, tentai di convincerlo che il mare non era la meta ideale per un lottatore. Ma Svastichella era avanti dieci passi e non mi guardava; le mie indicazioni forse nemmeno le sentì. Qualcosa mi diceva che non fosse possibile spingersi fino a riva, e tantomeno valeva rischiare di impantanarsi per un futile incontro di boxe.

Quando alla Camera fu respinta la proposta che voleva l’aggravante specifica per l’omofobia sancita da una norma propria, all’interno della legislazione in materia di discriminazione, Luca mi disse che se lo aspettava. Negli anni che seguirono poche cose cambiarono e quando la legge venne bocciata una seconda volta, Luca studiava in Olanda da oltre un anno. Mi telefonò per sapere che aria tirava e mi rinnovò l’invito affinché lo andassi a trovare. Dopo la malattia avevo deciso di non ritornare a Lovanio, temevo di non ritrovare più i vecchi amici e di sentirmi come teletrasportato da un’era all’altra. Così avevo completato gli studi a Roma e avevo viaggiato pochissimo. Accettai dunque l’invito, sarei partito un weekend del mese successivo.

L’ostiense, purtroppo avevo ragione, non era come Svastichella aveva preconizzato. Paludi e bassi arbusti avanzavano lenti come l’inchiostro sul legno poroso. Impregnavano il terreno, lo derubavano del suo potere. La spinta individuale e ceca, che aveva portato ogni contadino a farsi strada da sé, diboscando e dissodando la macchia, non poteva, senza un progetto sistematico e coordinato, bonificare le piane fangose che morivano a mare. Lo sforzo sarebbe stato immane e gli strumenti mancavano. Serviva un intervento dall’alto che disciplinasse lo scorrimento delle acque, le incanalasse verso l’entroterra, che mirasse al bene comune e all’utile, anteposto al dilettevole. Ma il tempo non era buono, il vuoto normativo una voragine e, di lì a poco, un secolo buio avrebbe ricoperto tutto come una coltre di cenere. L’uomo fu invaso dal timore di incontrare i suoi simili, fu un tempo balordo di carestia e fame, in cui se ci si imbatteva in uno sconosciuto, gli si strappavano i denti e lo si appendeva ad un ramo con un rospo in bocca per chiederne il riscatto. Un tempo in cui le uova divennero armi, da scagliare sulle braccia come pietre e in cui gli omosessuali, alla stregua di animali, dovettero sopravvivere senza leggi che ne garantissero l’incolumità.

Perché le leggi e la tutela servissero è una storia dura, viscerale, che affonda le radici nella natura umana e che a stento riuscirei a raccontare.

Annunci

Tag:, , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo La natura umana su opzioniavariate.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: