Carillon

5 dicembre 2011 § Lascia un commento

La guardavo per non sentirmi colpevole da solo. Stavamo lì entrambi, duri, con la stanza ocra intorno e i muri che bruciavano. Ancora le tremavano le mani. Non avrebbe potuto reggere nemmeno uno stralcio di tela. Il volto era luminoso e la luce della lampada ne rigava l’angoscia. Marta! Gridai. Le braccia le cedevano a scatti e le dita, più lunghe di sempre, parevano allargarsi con grazia inopportuna. La guardavo per imparare a reagire, come l’avevo guardata ogni giorno, cercando di esserle simile. E anche ora, davanti al pensiero più nero, a ciò che accade all’anima quando realizza il rimorso, volevo imparare a comportarmi bene. Ma lei non accennava a cambiare espressione. Scarpette di raso bianche come il latte le fasciavano i piedi. Il nastro s’arrampicava come rovo veloce, fin sotto il vestito a strozzarle la coscia. Poi si tuffava dentro di lei e l’inchiostro nero, tra le gambe colava per terra. Immaginai che fosse Marta, a smettere di respirare e, al solo crederlo possibile, il cuore non resse. Lo sentii stringersi e scivolare piano, dal petto fino all’intestino; lo avvertii appoggiato alle mie viscere, e vidi il mio volto ingiallire lentamente nello specchio.

In preda all’insofferenza mi alzai. Marta, andiamo, via di qui. Raggiunsi la finestra ed uscii sul balcone. Controllavo la strada come fanno i ladri fuori dalle banche. Con la coda dell’occhio la spiavo, per capire se stavo facendo bene. Poi s’alzò anche lei, sbatté freneticamente i piedi in quella pozza di sangue scura, rompendone lo spessore molle che s’era creato seccando per terra, come fosse tempera. La vidi cercare la borsetta, allungarsi per afferrarla senza muoversi. Ballava come incollata a un carillon. Pietro dammi da fumare. Impreparato non risposi, mi tastai le tasche e le lanciai il pacchetto di sigarette. Erano lunghe come le sue dita. Mi avvicinai per accarezzarle il volto, volevo rassicurarla, mi sembrava che fosse lei a volerlo. La baciai male. Le mie labbra erano sporche delle sue, le sue macchiate dal rossetto e del sangue di cui la sigaretta portava le impronte. Andiamo, dai. Levati le scarpe. Potrebbero seguirci.

Marta le sciolse. Girava la testa, il nastro sulle sue gambe bianche, punteggiate di nei e sangue. Come quella volta fuori dalla chiesa, le stesse scarpe caste. E noi, sotto una pioggia violenta di riso, giravamo l’uno con l’altra, sulla punta del nostro carillon, convinti che insieme non avremmo mai fatto male a nessuno.

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