Abitudini

7 novembre 2011 § Lascia un commento

Fosse stato per lui le cose sarebbero andate diversamente. Ma anche stavolta era stato l’ultimo straccio da lavare, quello che si lava se ce n’è altri sennò s’aspetta. Sul fondo della cesta da mesi, Otto aspettava che gli dicessero che fare e invece a nessuno era venuto in mente di aggiornarlo sulle ultime nuove, buone o cattive che fossero. Così, se ne stava chiuso in quel bugigattolo marcio a fare da portiere e la gente del palazzo lo trattava come se fosse in quello stato da sempre.
«Buongiorno!»
«Buongiorno.» ripeteva lui meccanico, tra le sette e le dieci, come se si trattasse di azionare un taglia-erba. Era la noia che lo uccideva ma a stento, Otto, avrebbe saputo ammetterlo. Quella insoddisfazione perenne che lo portava a muoversi di continuo sulla sedia sghemba, tenuta insieme per miracolo, prima o poi lo avrebbe fregato di nuovo.

L’orologio a muro oltre il vetro della guardiola gli stava facendo schizzare il cervello e mai come in quel momento avrebbe desiderato il sabato mattina libero. Come quel ragazzino, Loris, che Otto lasciava uscire di tanto in tanto, con la promessa di farsi dire dove sarebbe andato. A stare in un locale di dodici metri quadrati scarsi, pensava, dove l’unica finestra era un videocitofono che s’atteggiava a televisore, sarebbe morto di urticaria. Così, quando insieme esaurivano i passatempi silenziosi, ché Otto tutto era fuorché un chiacchierone, Loris s’alzava, si puliva la bocca sporca per la saliva che la concentrazione gli aveva seccato ai lati della bocca e abbozzava l’uscita, in attesa del via libera che arrivava con un cenno del vecchio.

Da qualche tempo Cinzia aveva cominciato ad avere più soldi e meno tempo. Sembrava che non ci fossero giorni in cui quel dannato rivenditore di tabacchi, dove la donna lavorava, chiudesse i battenti e si prendesse una vacanza. Era capitato che anche di domenica la donna gli chiedesse di dare un occhio al bambino, senza impegno eh, aveva aggiunto, ché se avesse dovuto uscire a fare compere, Loris avrebbe saputo badare a se stesso. Al massimo che glielo portasse lì, alla tabaccheria, che una o due ore il bambino poteva pure tenerselo vicino al bancone. Poi usciva e ad Otto restava solo l’odore di bagnoschiuma, e un bambino con lo zaino stretto in braccio, che odorava di pulito come un panno di bucato, dello stesso odore della madre.

Le prime volte i due si erano misurati a vicenda. «Cosa sai fare ragazzino?» gli aveva domandato il portinaio, con lo sforzo immane di chi non ama parlare per primo. A Loris era mancato il respiro: a un tratto s’era sentito come un buco nero dentro che s’era mangiato tutta la voce che aveva in serbo per piangere. Incapace ad urlare s’era scagliato sul letto e aveva detto, quasi sottovoce, di avere sonno. Con gli occhi che scavavano il muro, s’era dato per spacciato e il sonno investendolo l’aveva salvato, lasciandolo rigido e immobile come un pesce morto buttato sull’erba. Otto era andato a controllarlo di tanto in tanto, accostando l’orecchio al naso per essere certo che respirasse, non avendo dimestichezza con i bambini degli altri perché, dei suoi, a malapena ricordava i nomi. Eppoi, dei bambini tuoi, sai sempre tutto perché lo senti dentro, aveva convenuto smangiucchiando un toast del giorno precedente. Sai sempre come stanno, aveva asserito a mezza voce come se qualcuno potesse davvero sentirlo.

Cinzia portava Loris ad Otto quando la scuola chiudeva o durante il weekend. Talvolta glielo portava se il ragazzino era influenzato o il pomeriggio, quando le cambiavano il turno. L’uomo aveva piacere di averlo appresso e non era raro gli facesse dei regali. C’era un giornaletto, uno di quegli opuscoli per bambini per metà fumetto e per metà immagini, con in regalo delle statuette di gomma e delle pagine odorose di mostro che a sfregare veniva fuori tutto un puzzo nauseabondo. Ad Otto era sembrato forte e spesso lo faceva trovare a Loris sul divano, prima che entrambi pranzassero muti, davanti al radiogiornale, come a vederlo con le orecchie. Più raramente, capitava che i due trotterellassero insieme fino al chiosco dei giornali. Otto non amava allontanarsi dalla portineria poiché si sentiva in colpa per non essere nel posto dove invece doveva essere. Egli infatti sapeva che da quando Loris e Cinzia erano entrati nella sua vita, la fortuna l’aveva come prescelto e temeva che prima o poi si sarebbe voltata per proseguire altrove. Meglio, quindi, attendere silenzioso il fatale divorzio tra la sua buona stella e il cielo avverso, accondiscendendo agli eventi e rispettandone i tempi.

Per i suoi desideri bisognava aspettare.

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