Calcoli

25 ottobre 2011 § Lascia un commento

Si piaceva, lei, schizzata sul vetro convesso dello schermo. Si piaceva riflessa e mobile mentre serviva i clienti con la sicurezza magica di chi comanda per un tempo limite. Per questo quando Walter aveva deciso di spostare le macchinette in un angolo meno invasivo, a Cinzia era dispiaciuto. Ne avevano discusso la sera stessa, mentre lui contava i soldi della cassa e lei dava due giri di chiave per l’abitudine di sentirsi sicura. Lui non ne vedeva la differenza, lei ne faceva una questione estetica e un tantino personale. Così, siccome alla lunga le cose non cambiavano, Cinzia se l’era messa in tasca e aveva smesso di parlarne. D’altronde non era a lei che spettavano tali decisioni e tanto meno aveva voglia di spaccarsi i nervi su un diverbio tanto idiota.

Quando cominciò con l’incollarvi il muso al vetro, lentamente smise di vedersi bella. Il viso lasciava posto al collo lungo e magro, diritto come un giunco era una lama che fendeva il vetro. La fortuna, ipnotica, girava come uno spiedo, e il poker era un gioco per bambini sullo schermo sadico di un videogame. Dentro a quella creatura non un’anima ma due pozzi, gli stomaci. Uno stracolmo di guadagni, l’altro ripieno di monete pronte per essere vinte. Allora, i gettoni non contavano. Le macchinette a gettoni erano arrivate dopo, quando Walter si era ridotto a liquidi da fame e Cinzia arrivava sempre troppo tardi per poter passare in banca a cambiare le banconote in monete da un euro e viceversa.

Ma prima… prima bastava avere una moneta da un euro, farla scivolare all’interno della fessura e ascoltarne il tintinnare ridondante. Un orecchio attento era una miniera d’oro per il suo possessore e se il rumore fosse stato quello giusto la volta buona non si sarebbe fatta attendere.

A casa Loris le sembrava sempre grande uguale. La stessa testa grossa e ciondolante, la stessa voce rotta da un respiro pieno, che tutto in una volta gli riempiva i bronchi d’aria greve. Le cose, al suo bambino, si precipitavano tutte insieme in bocca e inciampando nell’affanno riusciva quasi sempre a dirle tutte. Poi, non pago davvero, ne inghiottiva gli avanzi e si chiudeva in un silenzio mite, come quello degli stranieri. Cinzia sola condivideva quella pace senza apprensione e, con l’incontenibile empatia dei colori complementari, si facevano posto l’uno all’altra, scomodi entrambi sul divano del salotto. La mattina si svegliavano stracci, con la pelle di troppo piegata sotto gli occhi e la parlantina di chi ha fretta di dirsi tutto prima di uscire e intanto esce e non sente rispondere.

Con la diligenza di una madre, Cinzia aveva cominciato a guardare gli altri giocare. Voleva un metodo, non le bastavano le regole sciocche che in superficie brandivano la successione delle forme. Era Walter che ne programmava il sistema variandolo di tanto in tanto: sceglieva il numero di giocate che, in uno squallido limbo, intervallavano monotone quelle vincenti. Cinzia lo sapeva. E aveva cominciato a contarle. Riconosceva le monete cadere, il peso che da eccitato si faceva stanco sui bottoni da jukebox, il dondolare di chi avrebbe dato il fegato per avere altri cinque euro da giocarsi. O anche solo un’altra moneta, perché la prossima, di certo, sarebbe stata quella buona. Quando credeva di aver contato bene, Cinzia mollava il banco, strisciava sullo sgabello tondo, lo spingeva dietro col tallone e giocava in piedi. Il più delle volte conveniva di essersi sbagliata e tornava al lavoro.

Ma poi ci fu quella volta, quella in cui vinse tanti soldi da stare male. Cosa fece quella volta? Quella volta portò a Loris e Otto una tavolozza nera ovale punteggiata di sushi e trascinò giuliva Loris al cinema allo spettacolo delle dieci. Otto quella sera non si mosse dalla guardiola e si addormentò duro e affamato come prima.

Già il giorno seguente Walter aveva riprogrammato le macchinette e Cinzia era stata costretta a ricominciare il conto. I gettoni arrivarono dopo, insieme al licenziamento e al contrappasso.

La fortuna, maledetta puttana, sembrava non avere tempo per lei. E lei, nel vetro opaco, non si vedeva né bella né brutta, non ci vedeva nulla di più che l’immagine di Madonna in una vecchia locandina che Walter aveva tenuto appesa alla parete perché sai Cinzia, ti assomiglia.

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