Il Gioco dell’Oca

20 ottobre 2011 § Lascia un commento

Si sarebbe messo quel grande cappello a forma di oca a costo di apparire ridicolo. Non gliene importava un fico secco che a Karim desse un po’ fastidio farsi vedere in giro con lui con quella cosa in testa.

Sulla Montagna dei Nori, tutti avevano un’oca abbastanza forte da farli stare tranquilli. Era una montagna lontana da ogni altra montagna. Le sue pareti andavano su diritte come pali appoggiati l’uno contro l’altro a formare la montagna perfetta. Anche se non era poi così alta, la Montagna dei Nori, a causa di quella dannata forma a capanna d’indiano, s’allontanava dalle altre circostanti isolandosi e isolando i suoi abitanti gli uni dagli altri. Si era vicini di casa in verticale e accanto raramente si riusciva ad abitare in più di due casupole. Per non parlare delle botteghe e dei terreni. In uno sputo di terra s’ammassava il bestiame e le case erano una sopra l’altra, accodate su di una parete così scoscesa da sembrare finta. Così in molti si erano procurati un’oca da guardia, la mettevano lì, tra il recinto e l’uscio, a far paura ai passanti sparuti, perlopiù arrampicatori onesti con la voglia e la fuscia di arrivare in cima.

Karim ne aveva una tutta sua. Faceva un baccano tale, che i vicini di qualche decina di metri più sotto s’erano stufati di tanto gracchiare e ne avevano fatto un dramma. Un dramma sul serio. Sicché quel dannato sabato sera Karim non ci voleva andare al Teatro dei Nori a vedere da ospite qualsiasi uno spettacolo che parlava della sua oca. I vicini di sotto infatti erano gente che non si prendeva mai davvero sul serio. Quando avevano accusato quel povero animale di essere rumoroso da perderci il sonno Karim s’era mostrato afflitto e tra scuse, promesse e pentimenti s’era dimenticato di chiudere il recinto e l’oca se l’era data a gambe. Così sulla via del ritorno, Karim l’aveva beccata arrampicata in bilico sull’erta parete del monte, col pelo albino e le zampe di un arancio cangiante al punto che pareva un addobbo di Natale. I due s’erano fissati, lui tra l’infuriato e l’afflitto, lei con le chiappe strette e la coda tra le gambe. Ebbene sì, quell’oca giuliva buona solo a far baccano e ad attaccare a suon di beccate qualche pellegrino, s’era fatta beccare da Karim mentre fuggiva chissà poi per andare dove. Il ragazzo le disse con le buone ferma lì oca non fare mosse avventate che ci rimani secca l’oca baccanò come baccànano solo le oche di montagna. L’eco si sentì in tutta la valle e Karim vide la gente osservare la scena da sotto e da sopra. Mentre tergiversava, indeciso sul da farsi, l’oca squaqquaraquò, ruzzolò per qualche metro e finì appesa come un martello conficcata per il becco nella parete di terra e roccia. Penzolava come un pendolo e Karim si vergognò talmente che per un attimo pensò di fingere che la malcapitata non fosse roba sua. Ma la pennuta voleva portare a casa le piume e per lo spavento mollò un peto da urlo che ammutolì la valle. Un temporale Oliviero? Mormorò la fioraia che ultimamente rimediava solo bacche centodieci metri ad est della parete dove si trovavano stufi marci Karim e l’oca. Così, costernata per l’accaduto, la paperona allungò l’aluccia verso l’alto sventolando il bianco in segno di resa. Karim l’afferrò per le zampe e con la forza di un gigante si issò su per la montagna trascinandosi appresso quell’uccellaccio come fosse una mazza da cricket.

Quando furono dentro casa Karim mollò l’oca in un angolo e si bevve una coca. Quando tornò la fuggiasca era strusciata a gambe molli fino al divano e tentava invano di acchiappare il telecomando. Fu allora che Giorgio entrò in casa e come un megafono gli raccontò dello spettacolo. Non era passato nemmeno un quarto d’ora che già quei vicini di casa strampalati si erano decisi a mettere in scena la pessima figura appena guadagnata. Giorgio spostò gli occhi sull’oca esausta e constatò che il povero animale s’era fregato le gambe. Karim, ceco di rabbia, non s’era ancora avveduto di prestare soccorso all’oca, ma ora che entrambi la fissavano ne videro le zampe spezzettate come ossa di coniglio. Convennero di condurla dal medico il giorno seguente e così fu. L’oca fu ingessata a zampe incrociate, pareva un Buddha da comodino, ma non per questo Karim poteva permettere a Giorgio di usarla come copricapo.

Era tutta la sera che discutevano e Giorgio non mollava. Karim non aveva voglia di litigare né tanto meno di innescare nuove polemiche con la dannata papera. Per giunta quella, sulla testa di Giorgio, sembrava ci fosse seduta da sempre. I due comprarono popcorn e jumbo cola e occuparono dei posti d’onore. Allo struscìo del sipario la pennuta gongolò, Karim s’infilò in bocca una gomma rotonda e lo spettacolo ebbe inizio.

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