Come Zoran Planinic

13 settembre 2011 § Lascia un commento

Una sera, una mattina. Suonano gli uccelli a Mostar l’otto di agosto. Si susseguono i cimiteri, in entrata e in uscita, uno via l’altro come pascoli di montagna. La Bosnia è una grande regione panciuta e l’Erzegovina le scivola in grembo fino in mezzo alle gambe dove guadagna un ipocrita sbocco sul mare. Ma questa mattina la gente è serena, pacata. Non c’è rabbia in questo posto. Nemmeno un tenue imbarazzo di fronte a una furia distruttiva inspiegabile. Il ponte di Solimano l’anno ritirato su. Bisognava, e lo si è fatto. Sotto il sole è un groviglio di persone che si accatastano per una foto da soli, con gli altri di spalle, come in uno specchio in cui vedo te. Il ponte è goffo. Salta la Neretva e vira un po’ a destra. È complicato camminarvici sopra, c’è uno strano ritmo dei gradini piatti e dolci, con una linea sollevata che minaccia lo sgambetto fino all’ultima.

Si scivola sul Ponte di Mostar. Dove Miran dice che non è necessario che andiate. Si scivola per andare di là. Cosa ci vai a fare, la cartina che mi hai dato nemmeno ne illustra bene le vie. Cosa ci vai fare, dico. E ci stiamo poco allora. Scendiamo al fiume per vedere il ponte da sotto. Puzza di piscio, ma la valle stretta che s’alza repentina potrebbe essere la Val d’Ossola. La strada che porta al fiume s’apre come un anfiteatro naturale da cui ammirare l’altra riva, poco distante perché la Neretva centellina l’acqua. Fa caldo, beviamo la birra più buona di sempre. Pensavo che quelli laggiù hanno fatto la guerra, tu mi guardi, pacata come questo posto e mi dici che sì, può essere, avranno si e no la mia età, rispondo. Che cazzo, come mia nonna. Forse qualche anno in più, mi dici. Mai stata forte nel mettere a sistema le morti, le età e il sangue. Mi trema sempre la mandibola prima di arrivare al risultato e ne azzardo uno casuale.

Ci alziamo. Amir, ci ha detto di non andare a Sarajevo. Ascoltava Fabri Fibra. Dice che è noiosa. Mostar invece è un posto cool. Di sera in giro è una festa. Il rumore non scende mai sotto una certa frequenza. I fichi non maturano mai oltre ferragosto. Amir è stato a L.A. tre anni, poi è tornato e parla americano come Zoran Planinic. Chi cazzo è Zoran Planinic? Un giocatore dell’NBA, cara. Un giocatore di Mostar che giocava nei New Jersey Nets, non dirglielo però, che Planinic è dell’altra parte, quella croata. Mangiamo il nostro ennesimo burek sedute ad un tavolino traballante, in bilico tra il marciapiede e i lavori in corso. Dalle nostre sedie si vedono le mura dei palazzi e dentro i palazzi gli alberi. Come al Musée du quai Brainly, l’erba però qui cresce selvaggia e si mangia tutto. Macerie e caffè. Persone, bambini, ambulanti, cani. Di lontano i minareti svettano come ciminiere. L’industria dell’islam non inquina.

Poi l’autobus arriva, fa un caldo boia. Non si sente niente però, il vociare e le auto coprono tutto. Sembra felice Mostar. Miran non l’abbiamo più visto. I suoi occhi azzurri piantati addosso mentre entra in camera di corsa perché il cellulare impazzito lo reclama. Li ho ancora lì credo, insieme ad un viso che non si dimentica e alla sua pancia tonda e generosa. L’autobus è per Sarajevo. Cerchiamo di pagare una coca cola con le kune, ci sono rimaste dalla Croazia. Non ce le prende quasi più nessuno. Non so cosa farmene. Non so cosa farmene delle cose che so, quando mi sposto, la gente basta a spiegare. Anche quando parla una lingua sporca, che non capisco. Anche quando sta zitta e mi saluta in americano, ad un volume fuori controllo. Urla Amir dalla sedia di plastica verde bottiglia dove è seduto, fuori dalla stazione degli autobus. Un attimo prima che io lo veda. Sono le due, gioca a carte dopo aver mangiato o prima di mangiare, che ne so. Sorrido, e mi alzo da terra

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