Lampedusa Hoppers

2 settembre 2011 § Lascia un commento

Samir è un saltatore. Una molla spaziale. Uno dei migliori di El Kala, la città tunisina dove ha sempre vissuto, riserva naturale ricolma di uccelli e pesci migratori, dalle lunghe ali e pinne possenti. In famiglia conta un nonno corridore, morto giovane ma con una fama che pochi possono vantare. Oltre a lui, nessun altro sportivo. Solo Samir, quattordici anni e una carriera ancora da intraprendere ma, a suo dire, le distanze saltate cantano fin da ora la gloria che si merita.

È uno sbruffoncello questo ragazzino dalla pelle chiara per cui il sole non riserva nessuna premura. Nonostante le gambe forti e la statura importante, la voce è quella di un’allodola che si specchia nella polvere. E, ad agosto, a Lampedusa, la polvere resta attaccata ai sandali, insieme alle briciole scure dell’asfalto rovente: s’alza quando Samir stacca il piede buono da terra, e resta in aria nell’attesa che lui atterri, quasi sei metri più avanti di lei.

«Quando sono a casa mia, sulla sabbia, so fare di meglio», si scusa, come se ce ne fosse bisogno. «Atterro col sedere, sapete come si fa» e mima il gesto chiappe a terra e braccia allungate in avanti. «Altroché. È un’altra storia, qui riesco a fare poco» e con un gesto di stizza batte scontento il palmo a terra.

Dietro le griglie del “Centro di Primo Soccorso e Accoglienza” di Contrada Imbriacola, Aziza e un’amica incontrata da poco annuiscono e lo guardano come fosse un robot. Sono sedute sul davanzale di una finestra al primo piano e boccheggiano graziate dall’ombra di un tubo di cemento. Non toccano a terra con i piedi e Samir pensa che qualcuno deve averle sistemate lì sopra, perché non prendano troppo sole. Avranno sì e no sei anni, o forse qualcuno di più. Aziza gli urla dall’alto di saltare di nuovo, di sistemare un pegno accanto ai piedi e di vedere se riesce ad andare oltre. Samir ubbidisce, tutto sommato gli piace essere al centro dell’attenzione e quelle due sembrano divertite. Appoggia un mattone spezzato a metà e salta di nuovo, bene questa volta, meglio di prima. Si volta soddisfatto verso le due bambine che urlano come dannate. Passa un uomo in divisa e chiede se è tutto a posto, o almeno così crede Samir. Lui non conosce una parola di italiano, con gli ufficiali si intende a gesti.

Aziza gli chiede di saltare di nuovo e in un lampo si lancia dal davanzale e atterra accanto al ragazzo. «Accidenti bambina, sei venuta giù da due metri. E che salto!» Aziza gongola e guarda verso l’amica che ora è sola a tifare ma ha una voce che scuote i vetri. «Insegnami» chiede Aziza, e si sistema sulla riga di partenza segnata con un bastone da Samir. Samir prende la bambina, le dice di saltare come si sente. Scelgono insieme la gamba che per ultima lascerà il terreno. La più comoda. La gamba preferita. Poi provano le rincorse. Samir le spiega le regole, i salti nulli, i trucchi. Ci sono quaranta gradi. L’amica di Aziza schiaccia un pisolino in bilico sul davanzale, ma non sembra curarsene. Di soprassalto si sveglia e tutt’attorno i bambini sono tre o cinque, non ricorda bene. Stanno tutti dentro il Centro, rinchiusi tra l’interno cocente e l’esterno se possibile ancora più caldo ma mitigato dall’aria umida di mare. Chiedono a Samir quale sia la loro gamba di stacco. Glielo chiedono in lingue che lei non conosce. Ma quel ragazzone capisce tutto. Si riaddormenta, il caldo la vince.

Ad un tratto un uomo seguito da altri quattro tunisini chiede a Samir di venire con lui, parla in una radiolina, qualcuno gli dà indicazioni. Samir lascia i ragazzini, sistema il pegno all’altezza del salto fatto dall’ultimo saltatore e li segue. Si dirigono verso il porto. L’aria gli asciuga la fronte e i vestiti, era madido di sudore e nemmeno se n’era accorto. Una motovedetta tunisina attende Samir e gli altre quattro uomini e insiste perché salgano su una nave militare. Samir sale. Non chiede spiegazioni ma una volta raggiunto il ponte superiore l’ansia gli stringe la gola. «Agrigento?» chiede a chiunque si trovi a portata di voce. «Agrigento, la nave va ad Agrigento?». Pochi rispondono. C’è chi non capisce, chi si lamenta che questa nave non va ad Agrigento. Samir si fa prendere dal panico. L’angoscia gli fa sentire le gambe molli. Veloce si beve tutti gli scalini, prende una rincorsa e salta. Salta dal primo ponte. Maledetto il ponte sottostante, vi atterra malamente, non l’aveva calcolato. Voleva raggiungere il mare. Non importa. Si trascina con una gamba dolorante fino al limitare e salta di nuovo. Con la gamba di stacco sbagliata, raggiunge il mare. Qualcuno lo vede, scatta l’allarme.

Samir viene issato a a riva con l’aiuto di un cordone. La gamba è rotta. Lo prendono in braccio sbraitando. Intanto, alle sue spalle, la nave si stacca dal molo in un dietro-front disperato per dove era partita qualche giorno prima, lo stesso caldo di oggi. Le stesse persone, o quasi. Lui resta qui per ora, su quest’isola che gli insetti al tramonto si mangiano viva. «Non ci voleva» pensa. «La mia gamba di stacco. Un vero peccato».

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