Sulla luna i falò – eclissi e abbandono nel cuore di Genova –

17 luglio 2011 § Lascia un commento

La luna di buche ne ha molte. Molte più di quelle che credi, Francesco. Alcune sono sporche di una coltre nera che pare fuliggine ma sa di carbone e, per quanto ne so, se ne sta lì dalla notte dei tempi. Che tempi, sospiri. Giocando col dito a cancellare il nero da terra. Non pensi che qui non c’è acqua, e che i palmi sudici devi pulirteli nei pantaloni. Non tocchi, non credi. E poi d’acqua ce n’è eccome, l’ho letto su Science di luglio insieme ad un mucchio di notizie sui topi.

Se c’è una cosa che temo, Francesco, è vedere i topi da sole scorrerti accanto veloci, come la veneziana che scatta sul vetro. Sulla luna non è raro vederne di molti, il pelo irsuto, i denti di pinza, le lenti scure, il fare da duro. Se ti capita, taci, non c’è nulla da dire. Non hanno piani se non sovvertire l’umore di chi li teme e fuggire il controllo di chi li vuole domare. Tu mostrati dunque più furbo di loro, apri le mani ed alza la voce. Non hai nulla da perdere in questa terra di pece, non ti resta che ostentare il ritorno alla pace.

Senti che afa lontano dal mare. Lo spazio ci è amico, la piazza è sgombra e ci lascia avanzare sereni verso la grande colata di cera. Attorno, per terra, mucchi di scorie e motivazioni, incendi divampati una volta e spenti con la paura, a forza di passarci sopra di corsa, fuggendo verso il lato di luna che non si vede. La vedi lassù quella macchia bianca nel cielo scuro? Quando il cratere finisce e comincia la grande salita, ecco lì c’è il motivo per cui siamo qui. Levare i grandi dalla piazza. Che se la sono presa senza domandare e, protetti da una cera spessa, hanno abolito le calcolatrici. Le canzoni in inglese. Le vie di uscita possibili. Le alternative. Grandi eccome Francesco, immuni all’ossigeno che manca, immuni al freddo che ci taglia le mani, immuni al senso che si perde crescendo, immuni al bene comune che salva.

Ma i topi mi dici, non fanno solo del male. Mi guardo attorno, la luna è deserta e il giallo dei cartoon è sostituito da un grigio reale. Hai ragione Francesco, non fanno del male oggi, che il dire di piazza è degradato a caos senza significato, squalificato da chi parteggia per l’utilità e preferisce grandi progetti impaginati in digitale. Per dire bisogna fare, perché ci dicono che dire da solo non serve. Ma come possiamo fare qualcosa se non ci permettono di dire, chiedere, proporre come farlo in principio? Un benzinaio in fiamme dice senza parlare. Non tutti i topi vanno evitati. Non tutti i topi vanno giustificati.

All’improvviso siamo fermi ad osservare la grande colata. Nessun modo per salirvi, nessun modo per avvisarli che il pericolo incombe. In ogni cratere piccoli uomini sedati si arrotolano come larve molli. Se ne stanno lì, nudi, ad aspettare che la grande riunione finisca. Che le decisioni siano prese, certi che non saranno buone. Pronti al compromesso per sopravvivere. Sono venuti fin quassù per dire la loro, ma la paura li ha atterriti e costretti a ritrarsi in vani di pietra, sporco e sangue. Qualcuno ha smesso di respirare. Qualcuno è affogato nella sua stessa bile. Qualcuno ha scelto di divenire topo e si è unito al devasto che parla. Altri, muti, confidano in tempi migliori, nella storia che torna, che cambia, che insegna. Lo Stato si è levato di mezzo, incapace e imbarazzato ha delegato i suoi compiti agli Agenti Atmosferici.

Eclissi, Umiliazione e Polizia. Delle tre solo una manca all’appello. Le altre si sciolsero nei canali di scolo di Genova e inquinarono le case, le genti, i terrazzamenti. E, dico bene Francesco, noi siamo qui per dirlo ai grandi della bianca macchia. Ripida ed inespugnabile come il velo di una geisha. Che lo spirito non si scioglie nell’acqua, come le anime nel fumo di Auschwitz. Per dire che mancano poche ore all’eclissi di luna. E se si faranno sorprendere seduti ad un tavolo con la bottiglietta d’acqua ancora chiusa rischieranno di non vedersi più negli occhi, di non vedere più nulla, di non poter più rientrare sul pianeta Terra e mettere in pratica le grandi decisioni. Resteranno per sempre al buio, incapaci di guardare oltre. E il caos si prenderà gioco di loro. Soccomberanno a dispetto dei troll.

Ma forse, mi dici, sarà un bene per l’uomo. Bene! Ti credo fratello. E allora prendiamo il nostro cuore in mano, risvegliamo le speranze dimenticate nei crateri e torniamocene a casa prima che il sole ci copra.

Così, nel luglio del 2001, Genova cadde occupata al sole.
Così, nel luglio 2011, Genova risorge libera al buio.
Poiché anche alla fine della notte più nera, l’alba illumina il cielo di nuovo.

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