L’incostanza dei papaveri

21 giugno 2011 § Lascia un commento

Dora cammina accaldata. Con le mosche che ronzano e un mal di testa da galera.
La via sterrata è dritta da non vederne la fine. Inzuppata di papaveri, scola ai lati la luce gialla del sole di giugno. Dora teme il caldo come la peste. Le mosche e il rumore del terremoto. Rabbrividisce al pensiero che i campanili possano un giorno mettersi d’accordo e suonare all’unisono. Lo scoccare delle ore sarebbe letale anche alle femmine.

Le mattine d’estate Dora s’alza prestissimo e spalanca le persiane facendole battere forte sul muro ai lati. Dà fastidio ai vicini, di sotto e di sopra, infatti non ha nemmeno un amico sul ballatoio. Dà fastidio anche a Gaetano che fa i turni la notte e alle cinque rincasa facendo le scale più in silenzio che può. Talvolta la trova in camicia da notte che legge i giornali prima che li scrivano davvero. Le chiede del succo d’arancia fresco di frigo, lei dice eccolo e gli passa il cartone temperatura ambiente che staziona da ore sul tavolo. Lui dice cazzo, ma lo beve lo stesso.

In bagno Gaetano ci va con lo zaino, urta le cose impilate, gli sciampo, i profumi e i contenitori color pastello che si specchiano ai blocchi di partenza. Non sempre cadono. A volte cade il bicchiere degli spazzolini e va in mille pezzi di vetro per terra e sul tappetino antiscivolo. Gaetano impreca, ma non scivola. Da fuori si sente un sibilare di drago. Dora non lo aiuta neanche morta. Le due dita e la giusta pressione sul touch-pad fanno scivolare la stampa on-line in direzione nord, illuminata appena dalla luce flebile dello schermo.

Poi l’aspirapolvere, il casino, le mani rigide a conca raccolgono pezzo per pezzo, scheggia dopo scheggia, e si guardano bene dal chiudersi in pugno. Gaetano cammina carponi, accovacciato come un fagiano, zaino in spalla e scarpe con la suola di gomma antiproiettile. Getta nel pattume tutto il vetro raccolto e soddisfatto appoggia le chiavi di casa nello svuota-tasche sul calorifero. Poi fa un cenno di scuse e saluti e sale a dormire.

Valentino della giornata trascorsa con Dora ricorda solo quando hanno scopato.
E nemmeno tanto bene. Gli sembra fosse tarda mattina. Ma forse era già oltre l’una.
La luce attraverso le sue lenti di bronzo è sempre troppo arancio, anche ora che stentano appena le cinque. S’accende una sigaretta con le labbra al sapore di lenzuolo e il viso grondante d’acqua.

Una cosa che detesto – le aveva detto camminando leggero – è la sigaretta bagnata di saliva all’altezza del filtro. Ti leva l’aroma del tabacco e ti lascia tutto un sapore di pioggia. Dora però non gli aveva risposto niente. – Quanto manca alla vetta? – aveva rincarato, lasciando scivolare occhi e sguardo verso l’orizzonte. – Tu sali e non pensarci. Ce l’hai il sacchetto del pranzo? Valentino era saltato su come una molla e s’era guardato le mani vuote. S’era tastato le spalle. Vuote. – Dora, ho appoggiato lo zaino – Lei aveva sorriso. Chiedendo dove, rassegnata. – Forse quando ci siamo fermati a bere. Vicino alla collinetta, accanto alle tane dei conigli. – Ci verrà una fame maledetta – avevano pensato. E si erano seduti subito, improvvisamente stanchi. Ché la delusione aveva levato loro ogni energia. Le cose erano andate più o meno così, ipotizzava Valentino. Ma non ricordava l’esatto ordine cronologico degli eventi.

A Dora piace fare l’amore con Valentino. Lui non se lo ricorda mai. E se la riconquista ogni fine settimana. Lei gli ripete che non serve, ma lui non le dà retta. E le chiede di uscire con lui, una volta, eddai, solo per provare. – E a Gaetano chi ci pensa? – Le aveva risposto le prime volte, ma tanto lui non se lo ricordava chi era Gaetano e ormai Dora aveva smesso di chiederglielo.

Così anche ora, Valentino attende una risposta. Lei afferra un petalo di papavero, lo appoggia sul palmo della sua mano e chiede a lui di darle un pugno.Valentino ubbidisce. Nessun rumore di schiocco. Il petalo s’attacca alle nocche silente. – Vedi Valentino non ho superato la prova di fedeltà. Se il papavero non suona, l’amante è incostante. Valentino alza le spalle e continua a catalogare le foglie di acero. Tre aceri rossi, di diverso tipo, nel giro di sei metri quadrati. Fenomenale.

Le gocce sublimano in fretta, come la fatica se è ripagata dal raggiungimento della serenità.
Per questo Dora non si asciuga il viso e sembra madida di sudore. Attende la sua serenità come si attende un colpo di fortuna. Anche adesso, mentre intorno la città si sveglia e suda. Una cappa la soffoca, e la tiene stretta a bada nella bambagia sorda.

Di sopra Gaetano dorme. Di sotto Dora attende. Il capovolgimento del giorno e la notte. Il coordinarsi delle loro vite. O perlomeno, della sua.

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