Milano, i castelli, le zucche.

31 maggio 2011 § Lascia un commento

L’incantesimo s’è interrotto. Si rompe lo specchio, scocca la fine dell’ipnosi.

Succede che il fossato profondo chilometri tra il castello di gommapane e la gente-burattino si riempie d’acqua cristallina. Le persone si avvicinano. Senza sospetti, senza moderazione, senza voglia di pesare le parole, contrattare, compromettere, convenire. Bastano poche bracciate, le pinne tese, le idee chiare. Finché non si tocca la gomma del muro gonfiabile e la si buca con l’Opinel sporco. Il castello si sgonfia. Si sdraia sull’acqua, la gente vi siede, tergiversa in attesa, festeggia, riflette, propone, attende che il sole risorga di nuovo.

L’opinione è sempre politica. Non avere opinioni nuoce al paese, a se stessi, ai propri amici. Anestetizza, addormenta, placa.

Sono dieci anni che la politica fa paura. Da quando a Genova la notte è scesa portando con sé un ideale di democrazia nuovo che questa destra ha voluto eleggere a prassi: la democrazia dei numeri nasconde una democrazia violenta le cui armi sono l’ aggressione verbale, la diffamazione, il respingimento, l’inganno. Allo stato di diritto si è sostituito il biliardino del parlamento, la fiducia nella lottomatica, l’egoismo di chi usa il potere affidato come uno uno spazzolino da denti.

La confusione dei comandi. La responsabilità di nessuno.
Questo ha voluto insegnare l’ultimo decennio ai cittadini di domani. Chi vince vince a tavolino. Nessuna corrispondenza con i fatti.

La politica va da sé. Risultato: scollamento, disinteresse, fuga.

I manganelli di Genova hanno zittito un mondo nuovo a cui non è stato permesso un declino naturale. Lo spirito di Porto Alegre è stato soffocato senza che potesse difendersi.
La fiducia nello Stato della mia generazione si è ridotta ad una lastra di cera. Lo stoppino inglobato non ha niente da dire. Ha paura di dirlo nel silenzio buio.

Strategia impeccabile. Dura finché dormi. Dura con i pazienti. Dura con chi s’accontenta del “non male”. Ma quando si è in tanti, troppi, sempre più scontenti, ci si sveglia a vicenda. A gomitate. L’ingiustizia non è di destra o di sinistra e nemmeno il vivere bene. E nella paura, nel disimpegno, nell’impossibilità a partecipare non si vive bene. Non si vive proprio.

Così succede che a lungo andare uno s’incazza.
Butta la carrozza e risale in sella alla sua zucca.
E a pantegane spiegate si riprende Milano.

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