Venezia non ama nessuno

16 maggio 2011 § Lascia un commento

Il pavimento di Santa Lucia umido mente e fa scivolare. C’è il sangue per terra di chi c’è cascato. Il vento non perde di vista gli americani, maggioranza schiacciante in questa città di camminatori e topi. La festa mobile veneta scimmiotta la capitale dei formaggi che puzzano. Puzza Venezia quando è costretta a bagnarsi per ore. Chi cammina si fonde il cervello a furia di gocce proiettile che come trapani sfondano ombrelli e cappucci. Mi fermo davanti all’ennesimo vicolo ceco. Davanti ai cammini interrotti. Ai canali stretti mai quanto basta per farsi saltare. La luce che cerchi è sempre aldilà di dove ne credevi fosse la sorgente, aldilà di come poteva andare, aldilà di quello che avresti potuto fare.

Sono pessimista e scaramantica a parole, ma ottimista di natura.

Penso che le cose debbano concludersi per il meglio, che il tempo sia sempre abbastanza, che l’essere umano sia in ultimo onesto. E buono. Così me lo merito un giorno di pioggia dopo un giorno di sole. Anche se avrei potuto averne due di sole. Impensabile non averne nessuno nell’opinione matematica di chi ragiona con le dita incrociate.

Upward in me e fuori di me. Chi conta solo sulle proprie forze non va lontano. Servono quelle degli altri. Così tra i nomi dei santi e una clessidra seguo l’orobilogio del mio sesto senso. Che funziona quasi sempre in amore. Funzionava in inglese e negli studi di funzione. Ed ora schiavo di una bussola mi fa ritrovare là dove volevo. E ritrovare le cose perse arrotolate tra le coperte, piccole e preziose.

Venezia mi piaci, perché sei faticosa, sostenuta, scomoda, ridicola. Costi poco e tanto, bevi sempre, ti difendi dall’acqua alzando le porte e murando i gradini. Mi difendi dal vento con la puzza di piscio dei sottoporteghi deserti. Misericordia, non c’è nessuno. I tuoi incappucciati nel Quattrocento si davano la caccia senza candele. Bastava la luce della luna riflessa nelle pozzanghere, gli insetti, la terra, le malattie. La Giudecca povera, il Lido che sembra Italia.

E un personaggio curioso, l’acqua fino alle ginocchia, il costume rosso, una mimica a scatti, una cornetta del telefono tra le mani. Attende a bagno nel mare di Maggio l’alta marea. La chiama, risponde, perbacco. Rientriamo.

Elezioni. Domani si cambia Milano.

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