L’alba dei mesi

25 aprile 2011 § Lascia un commento

La mattina Yuki si alza all’alba. Ancora il sole non è sorto, ma lei è già vestita di tutto punto. Calzoncini e maglietta, calze di spugna, scarpe da ginnastica: le stringhe ben annodate a formare un doppio fiocco giallo e argento.
E’ giugno e la città è confusa.
Confonde chi vi arriva e la sente frenetica.
Confonde chi la lascia per villeggiare altrove.
Non sono nemmeno le sei. E chi ha un giorno interno di lavoro che lo aspetta, a quest’ora, ancora dorme.

Yuki invece ha già gli occhi arzilli e l’energia che formicola nei polpacci.
L’ora è propizia: nessuno sul marciapiede, nessun moscerino a turbarle le narici.
L’aria è frizzante e l’asfalto tiepido, pronto a divenire bollente, sfrega duro contro la gomma delle sue scarpe.
Yuki corre per quarantacinque minuti filati: li conta con la musica che si infila nelle orecchie. Tre minuti circa a traccia, quindici canzoni. I chilometri non le interessano. Non le interessano gli spazi, le interessano i tempi.
Yuki non è una persona precisa. È testarda, risoluta, ma non precisa.
Così succede che spesso cambia il percorso, se ne infischia delle salite, delle strade trafficate, dei cavalcavia. Gira a destra dove più spesso gira a sinistra. Continua diritto, se le sembra di scorgere una via mai notata prima. Fa inversione se non le piace l’intorno, corre sotto i portici se piove e sul posto se il semaforo è rosso. Salta le pozzanghere, saluta, danza a tempo con le basi.
Yuki non si ferma quasi mai. Nemmeno se incontra qualcuno di conosciuto. Si limita a salutare in corsa, come se fosse in auto.

Di mese in mese la luce è sempre meno chiara. Novembre è buio da morire. Gennaio gelido. Marzo imprevedibile. Maggio caldo e umido. Le albe tutte diverse si susseguono in un ciclo interminabile. Poi arriva settembre, l’inizio che è ancora estate. Yuki smette di correre, raggiunge la sua squadra per i campionati assoluti e perde il conto delle ore, dei giorni, della luce e delle albe.
Il ritiro con la squadra è tanto bello che vale tutta la sua fatica. Si sta sette giorni in questo grande albergo, si mangia tanto e bene. Si corre insieme. La mattina, o dopo pranzo, verso le quattro. Ci si sfida in pista, con l’adrenalina che fa saltellare sul posto e non fa stare nella pelle. La notte si spacca il letto per la stanchezza del fisico e ci si addormenta a forza, senza volerlo, mentre ancora si chiacchiera e non si è finito di rispondere. I dialoghi, botta e risposta, si fanno sempre più radi, separati da secondi, minuti, quarti d’ora che paiono battere di ciglia. Finché ci si augura la buona notte e si decide, vinti dal sonno, di dormire.
Quando i campionati finiscono Yuki torna nella sua cittadina, chiusa tra fiume e colline. Fa una vacanza di due giorni, la mamma la convince ad accompagnarla dai nonni. Ma già la prima sera, lontana dalla strada e lontana dalla pista, a Yuki manca la corsa. Le gambe glielo fanno sentire, le fanno male, la minacciano di riposarsi per sempre. Allora Yuki insiste e la mamma la lascia andare a correre anche lì’, in collina, dove le salite non è detto che promettano discese e chi troppo scende poi è costretto a tornar su per tornanti.

Così ecco l’alba della collina. Bianca, bagnata, larga. Tutta luce e bruma, accaldata perché settembre fatica a scrollarsi l’estate di dosso. Yuki corre e pensa ai campionati e alla squadra. Pensa alla condivisione dei punteggi, alla scalata verso il podio, ai numeri di tutti che ne formano uno: di chi salta, chi lancia, chi corre veloce e chi, come lei, corre lenta per molto tempo.

E non si sente sola, mai.

Nemmeno alle sei del mattino, in un paese di duemila anime e il doppio dei vigneti. Mentre lì, appoggiata alla staccionata, si tira i muscoli e chiacchiera con un pastore mattutino, spiegando a chiare lettere, quanto l’altletica sia un gioco di squadra.

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