Il re delle tacche

2 aprile 2011 § Lascia un commento

Le tacche segnano le ferite, gli obiettivi, il peso, le altezze.
La mano a mezz’aria ne mostra il livello. Più o meno così. La tacca ti arriva fin qui, poi, di sopra sei tu che dirigi relazioni ordinate e fai la differenza.

Michele Brusatori era stato un esperto di tacche da quando faceva il chierichetto alla Madonna in prato. La Madonnola, per l’esattezza. Letizia, già la prima volta che s’erano visti, non aveva avuto dubbi: quel ragazzo doveva essere uno della madonnola, uno che aveva sfondato fino ad atterrarle dinnanzi. Proprio come lei. S’erano tirati fuori di lì, giocando bene le poche carte che avevano. E infatti non si sbagliava.
A furia di tacche Michele s’era fatto grande che non gli si dava un’età. Una tacca per ogni assenza, per ogni messa che aveva saltato, per ogni ragazza che s’era scopato, nascosto nei prati di quel quartiere scempio della bassa, dove, di certo, nessuno veniva a disturbare. Una tacca per quanto era male, una tacca per quanto era bene. Davanti ai numeri e sui muri della cucina. E poi sull’orologio, sul cronometro, sul contachilometri. S’era fatto una bicicletta nientemale e in città lo sapevano tutti che era la sua, anche se l’aveva modificata da sembrare una sdraio con le ruote motrici. Lo sapevano tutti che era rubata, un pezzo da uno, un pezzo dall’altro, ma tanto nessuno più riconosceva i propri.

Letizia passava di lì tutte le mattine per andare alla multimedica e aveva preso l’abitudine di salutare. Salutava chiunque ci fosse all’interno. Salutava anche quando la serranda era tirata perché era domenica. S’era presa una storta per quel ragazzetto al punto da allungare la strada anche a luglio quando il sole bastardo le coceva la testa e le faceva colare il sudore per tutta la schiena fin sotto la stretta dei jeans.

Un giorno che non c’era quasi nessuno s’erano pure parlati per qualche minuto. Michele fumava coi guanti a penzoloni e le aveva offerto una cicca. Letizia, aveva rifiutato e se ne era fumata una delle sue, riportando l’equilibrio delle tacche. Avevano fumato in silenzio, lui fuori dal garage, lei in mezzo al marciapiede intralciando la strada con le ruote. Finché Michele non l’aveva spenta con la gomma delle scarpe e le aveva detto di levarsi di lì, che dava fastidio al passaggio. Poi era entrato e Letizia per un attimo aveva faticato a muoversi.

Michele conosceva un sacco di gente leccata. Un sacco di gente con le bici leggere e gli occhiali da sole gli chiedeva consigli e domandava spiegazioni sul perché di uno strano rumore o di una catena troppo dura. A Letizia sembravano tutti di un altro pianeta. Delle volte, la sera, dietro la serranda, Michele si giocava le biciclette a poker con quelli a cui dava consigli e, di solito, se le perdeva. Finiva a far la spesa in stazione da solo, in pausa pranzo o la notte. Le smontava, ne ridipingeva i telai, li spennellava con l’antiruggine e rivendeva biciclette nuove di zecca.
S’era abituato a veder passare Letizia a metà mattina, a prendersi una pausa senza rivolgerle la parola. Un paio di volte era stata lei a chiedere di sistemarle una ruota fuori asse per lanciare una conversazione. Ma Michele non aveva un cazzo da dire e la prendeva in parola. Le sistemava la ruota per davvero e per gentilezza capitava che non si facesse pagare.
Letizia credette di piacergli e cominciò a passare anche la sera, tornando a casa con la spesa nel cestello, allungando di almeno un chilometro.
Non sempre lui aveva voglia di fermarsi, silente, con lei.

Così cominciò a comprargli le sigarette, ad allungargli il pacchetto muta, con un gesto del mento che diceva prendi. E Michele Brusatori prendeva eccome: aveva trovato la sua gallina d’oro.
Lo raccontava ai suoi amici di poker, di quella che fingeva le ruote buche, per farsi notare. Letizia aveva imparato a ficcare i chiodi nelle ruote, tentava di costruirsi un alibi, poiché temeva di non piacere. Michele li riconosceva i buchi dei chiodi. Riconosceva che non erano i tagli dei marciapiedi, o i fori dei sassi dell’asfalto e la canzonava, chiedendo dove passasse per conciare le ruote a quel modo. Letizia sorrideva e poco le importava che lui sapesse, le bastava quel quarto d’ora cagato e che lui facesse qualcosa per lei.

Poi una mattina di primavera ci fu tutta un’esplosione di magnolie. Letizia si alzò presto: aveva delle faccende da sbrigare e contava di uscire dalla clinica prima di mezzogiorno. Passò davanti al garage e vide la serranda a mezza altezza. Salutò come d’abitudine ma non ricevette risposta. Michele, seduto malamente sulla sedia, s’era svegliato di soprassalto. Intorno a lui solo due biciclette e una miseria di rottami da reinventare. S’era giocato mezzo garage e i pezzi migliori. Aveva la testa pesante e una sbronza fresca da smaltire. Sentì la voce di Letizia e si scaraventò sul marciapiedi. La vide qualche metro più avanti e le fece un fischio. – Vieni alle sei, stasera, stai con me. Stasera, ripeté.
Letizia si sentì male. Annuì e bofonchiò un va bene senza intonazione, ma tanto Michele era rientrato. Poi fece una telefonata e un’altra e un’altra.
Michele aspettò mezzogiorno e fece un giro in stazione, gli serviva un telaio in grazia di dio e almeno un paio di selle presentabili. Non c’era un cazzo di presentabile. Fece un giro in zona industriale e rimediò una decina di camere a d’aria. Provò a richiamare un paio di amici e a rilanciare una rivincita. Disse che aveva della roba da giocarsi, disse che aveva delle bici in arrivo prenotate e che non aveva paura di perderle. Ma nessuno gli diede retta. Michele si fermò al bar della stazione e chiese se avessero qualche bicicletta da vendergli. Moira fece segno di no e gli offrì un giro di sambuca. Michele la trangugiò e spaccò il bicchiere a terra dalla rabbia. Si scusò con la ragazza e uscì con le camere ad aria che gli pesavano sulla spalla.

Letizia lo aspettava fuori dal garage, in anticipo di dieci minuti. Non stava più nella pelle: s’era truccata di fretta nel bagno del supermercato con la gente che la fissava e le faceva sbandare l’eye-liner. Quando lo vide arrivare lo salutò sbracciandosi. Michele rinvenne e sorrise. La invitò ad entrare in garage e giù la serranda fin al livello delle ginocchia. Letizia, zitta, lo guardava spostare la roba da ogni angolo, frenetico. Poi si levò la maglia e si versò un bicchiere di sambuca. Non chiese a Letizia se ne volesse, le chiese piuttosto se avesse una sigaretta da offrirle. Letizia fece segno di no con la testa e gli propose di andare al distributore. Ma non fece tempo a finire la frase che lui le fu addosso immobilizzandola.
La carrozzella indietreggiò fin contro il muro e lui le chiese se si reggesse in piedi. Letizia con gli occhi chiusi disse no, no. Non posso. – Poco male, pensò. Non aveva mai scopato su una carrozzella. E chiudendole la bocca con la mano, con l’altra prese le fece segno di tacere.

E aggiunse una tacca alla sua invidiabile collezione.

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