Conciliazione

31 marzo 2011 § 1 Commento

Gentili, educate, più dolci, buone, più calme, tranquille, comprensive, sensibili, molto pazienti, apprezzabili, spiritose, simpatiche, curiose, allegre, sincere, affettuose, carine, bellissime, più brave, fantasiose, amichevoli, socievoli, accoglienti, generose, delicate, eleganti, più alla moda, più ordinate.

Così si vedono al positivo le bambine della brava Loredana che barcolla e domanda definizioni in negativo che spaziano dal pettegolo al ficcanaso, dal ruffiano al chiacchierone, dall’irresponsabile all’invidioso e terminano languidamente in una fragile, arrogante, debolezza.

Così ci saremmo viste io e te da piccole, mentre, chiuse nei nostri impermeabili coi bottoni a pressione, aspettavamo che qualcuno ci recuperasse fuori dalla palestra? Chi lo sa. Facevo la coraggiosa io ad andar su al circolo della sportiva, con il fumo in entrata e il fumo in uscita. E il caldo del fumo all’interno che scherma. Cambiavo i soldi in monete da duecento lire e per tre minuti di fila inserivo, giravo, aspettavo, afferravo cicche tonde a pallina. Presto tornavo vincente, coraggiosa, potente e desiderosa di approvazione.

Certo non ero gentile a non dartene nemmeno una. Certo nemmeno amichevole a non rivolgerti la parola perché stavi in un gruppo di ginnastica che non era il mio. E chi ti conosceva. Nemmeno la curiosità di conoscerti o la socievolezza che contraddistingue l’infanzia che filtra poco e regala molto.
Ehi, guardami, cosa mi dici? Come eravamo noi da bambine?

Il treno della metro veloce rumoreggia maschio e io fintamente noncurante mi siedo con la testa nella testa dei bambini. Forti, robusti, muscolosi, coraggiosi, sportivi, atletici, galanti, bravi, intelligenti, simpatici, belli, buoni, diversi dalle femmine, resistenti, esperti, inventori, decisi, proteggono le femmine. Ma il fatto che si confessino in negativo come aggressivi, cattivi, maleducati, violenti, irascibili li fa apparire un po’ più sinceri.

Mi chiedo chi fosse più sportivo di noi, in quelle sere di novembre dopo tre ore filate di allenamento, in cui ci bagnavamo tutte, senza dire una parola. Tutte e due senza ombrello, con una borsa gigantesca, una fame da lupi, dopo aver scaricato tutta la nostra iperattività sulle parallele asimmetriche. E stacci pure sotto la pensilina, io devo vedere la macchina di mio papà che arriva. Se arriva, sennò non mi importa. Altre caramelle, coraggio da vendere, non me la fa nessuno. Poi arrivavano a prendere te. E io mi sentivo spezzare la gola, ma tua madre mi chiedeva un passaggio e io dicevo no, arriva. E arrivava, quasi subito di solito. Non ero una piagnona, perché piangere non è mai stato da femmine.

Alzo la testa, l’auto definizione dei generi che fa paura e cataloga grazie a ciò che i media veicolano. E chissenefrega dei media. E’ il riempimento del veicolo. Il mezzo-messaggio che plasma le esistenze già decide per noi quando crediamo di avere deciso bene. Bene significa come previsto. E’ il dogmatismo nascosto. Zenone l’aveva cacciato sotto il divenire. Strato crudelmente labile che nasconde la spaventosa immobilità del deciso.

La metro si ferma, attendiamo, Conciliazione.
Dei sessi, che fessa.

Ho saltato la fermata.

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