La tasca da bagno

14 marzo 2011 § Lascia un commento

Fandonia è un posto per persone ripetibili. Ad eccezione dei denti.
Quelli non ricrescono mai.

Germano è disteso malamente sul divano. Con la schiena incrinata attende paziente l’ora di cena. A tempo con le lancette finte silenti si mangia le unghie – maledetto cannibale – per attenuare la fame e far fronte alla crisi economica, eccezionale e mai vista prima, qui come sui pianeti vicini. Intanto lamenti bestiali dal bagno scuotono il pavimento sciatto, piastrellato obliquo, a tratti dimenticato dalla terra che incolla l’insieme.
Ed ecco un rumore più forte – Santo Garrupo! – barcollano i muri opachi di plexiglass. Si rompono, cadono, ricrescono frusciando le fibre del vetro piegato. Svogliato Germano ciabatta fino alla porta del bagno – scansafatiche lento a morire – nemmeno fa il gesto di levar la coperta dai piedi.
Inciampa, cade, si spacca la mandibola e una vertebra del coccige si frantuma come gesso. Pacato il rottame piano si alza e tutto, lento, ricresce.

Di là, oltre la porta, la tasca da bagno è umidiccia e scura. La juta bagnata del Bangladesh odora di stagno. Fandonia ne esporta di non odorosa, ma Germano non se ne cura e sostiene i paesi lontani.
Sospira l’animale penoso. Germano fa per pettinarsi ed intinge il polso nelle fauci scure della tasca numero uno. Afferra il pettine e comincia col tracciare una riga al centro della sua testa ricurva. È allora che la tasca da bagno ruggisce e s’agita appesa a un chiodino provvisorio, ficcato nel muro solo per metà e rappezzato con la pasta universale, cicca fissa-chiodi al sapore di benzina. Pare la tendina d’un film di Hitchcock, peccato il colore chiaro che ne insulta il potere spaventevole.

Germano teme lo scontro, ama patteggiare, all’occasione corrompe e si lascia corrompere. È per il cheto vivere, il parlar poco, il lasciar correre, il tempo coperto. Sbircia l’orologio che si riflette nello specchio posto sopra il lavandino, e conviene che sì, è ora di cena. Intanto la tasca da bagno lo insulta, sbraita e soffia con forza parole oscene che paiono smanie da puledra ammattita. Germano l’accontenta e con lodevole lentezza inserisce pettine e mano nella bocca numero due. La fiera dantesca, adorata su Fandonia per le fauci proverbiali e ripetibili, ne sgranocchia le nocche e la carne. Sbriciola per bene le ossa dure e la saliva ne fa un bolo sublime. Il rumore netto di crocchio e il masticare aperto di spocchia si alternano a cadenzati rumori di cratere che erutta.

Perbacco, a Germano è caduta la palpebra flaccida. Son le otto e diciotto ed è ancora lì, penitente, appeso alla tasca da bagno che serafica attende la digestione. Rinviene dunque, fa un giro ad angolo piatto, alza l’ asse coperchio, e urina nella tazza che veglia la tasca.

Per terra un disastro di sangue e denti di pettine. Insieme agli sputi della tasca da bagno che è un essere lercio e maleodorante come un panno cencioso, finito in una pozza di porci. Su Fandonia lo chiamano Garrupo. Nome onomatopeico che ne illustra il verso di scatarro e l’urlo da lupo. Germano riallaccia pantaloni e cintura con la sinistra. La destra ricresce a rilento, colpa della vecchiaia che inibisce le cellule e le sinapsi. Ma ecco wrrrroooooooom, un odore da nausea che smuove l’udito. Dev’essere pronta la cena. Difatti la terza caverna della tasca da bagno offre al padrone una pietanza fumante che mal cela la sua squisitezza. Germano sgrana un sorriso sdentato. E con entrambe le mani pesca il ragù di nocche, dita e pettine rosso passione. Nella conca dei polsi affiancati lo tiene prezioso. Fila dritto in cucina e ne condisce una pasta già molle e liquida, tenuta in serbo per l’evenienza.
Pasteggia solerte in faccia al balcone e osserva Fandonia ruotare intorno al sole a settanta chilometri orari, nel rispetto dei limiti in prova delle tangenziali. Il suo paese, lento, di giorno corre in macchina per la paura di dovere combattere solo, al buio.
Dal bagno sente russare la tasca da bagno, macinino sacro e venerato, che placido contiene, richiede e produce. Ed ora dorme beata, puzzolente come una vacca, ma con i denti al riparo, orgogliosa di averli solo lei. Germano le è grato, risucchia il ragù d’eccezione, gongola per la vista dagli opachi e rigati muri di plexiglass. È felice Germano e si gode il, seppur penoso, panorama quotidiano.
Ma l’entusiasmo è una brutta bestia, travalica i confini obbligati e lui, incontinente, fa un gesto maldestro. Il collo della bottiglia si spezza e si infila dritto a ranzargli di netto la giugulare.
Germano cade dalla sedia. S’impiastra di nuovo il piastrellame terroso.

Poi su e giù con le spalle, incurante si rialza.
Ricresce la giugulare.
Ricresce il collo smilzo della bottiglia.
Rincresce di aver perso un ultimo dente nella caduta potente.

Tutto a Fandonia è ripetibile. Fuorché i denti. Persi una volta, persi per sempre.

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