Cioccolata Amara

30 gennaio 2011 § Lascia un commento

Amara si leva le scarpe. Tutta una bretella di stoffa e di gomma che a malapena si capisce da quale buco debba entrarci il piede.
Pezzettoni di terra gli graffiano la pelle, gli si infilano là sotto, dove la caviglia diviene un rotondo, uno spuntone piatto, metà osso e metà muscolo e che, come una puntura, inizia a prudere e si arrossa la pelle scura.
Amara non può soffrire il fastidio di tanto solletico. Tanto vale andarsene a piedi nudi per il sentiero del campo e toccare la terra con dita e talloni, ora che il sole tramonta e che una freschezza che rigenera s’arrampica fin dentro le ossa.

Il campo che sta attraversando è di un signore alto con una lunga cravatta porpora, amico di suo padre. Amara ogni mattina passa di lì per andare alla scuola di Tiassalé. Delle volte si ferma con i suoi amichetti e dà loro una mano a raccogliere i semi lunghi come becchi di uccello che ornano le piante di cacao. Si ferma per poco, un’oretta, al massimo due e poi riprende la strada per Tiassalé. A scuola ci sta quanto basta per divertirsi e annoiarsi, poi rientra per la solita strada e sa che se arriverà troppo tardi i suoi amichetti saranno di nuovo al lavoro. Amara cerca allora di sbrigarsi, così da mangiare qualcosa con loro e fermarsi al campo fino a sera.

La sera però è una stagione di mezzo e non è fatta per la raccolta. Le ombre degli arbusti sgraziati si allungano sotto il peso dei semi di cacao. Per gli insetti è una festa quando la luce tenta di andarsene. Gli punzecchiano le gambe senza lasciarlo respirare un minuto. Amara s’agita un pochino, ma solo all’inizio. Poi s’abitua al ronzio infestante e alle pallette nerastre che paiono sassi e invece camminano veloci. I semi di cacao si preparano ad essere raccolti. Amara lo sa che domani i suoi amichetti saranno lì, prima ancora del sole, ad occuparsi di quel luogo. E allora li pensa seduto ai bordi, lati ancor più selvaggi di un campo poco ordinato. Ascolta i rumori della sera, gli uccelli della notte si fanno annunciare da una blu che cosparge e corrompe l’aria.
Amara col peso sui palmi tocca per terra e si lecca la mano sporca.

La terra nutrita dall’uomo dovrebbe sfamare gli uomini.

Ma quella terra si sgretola tra le mani di Amara, nonostante le grandi piogge le stillino sali zuccherini. La stessa terra che sente sotto la lingua, pensa nella sua testa di bambino sveglio, imbriglia i suoi amichetti in quella catena che dal seme piantato diviene una pasta densa nelle tazzine delle grandi città. Lavorano ad ogni ora, tranne a questa dove ci pensano gli insetti a sostituirne il chiacchiericcio. Piegano le braccia esili, si arrampicano veloci e potano i rami a con colpi netti che ledono l’aria come spade. Spesso non sono sempre gli stessi. Aumentano e diminuiscono come i termitai, se l’amico di suo padre con la cravatta porpora lo richiede. Ma ad Amara poco importa. Aiuta se c’è da aiutare. Poi se il padrone lo vede lo caccia via. E allora lui riprende la strada per Tiassalé.

Trotterella scalzo e pensa ai suoi amichetti, alle piantagioni di semi di cacao che, a scuola gli hanno detto, dallo spazio rendono subito riconoscibile il suo paese.
La Costa d’Avorio, tuona il maestro dal palco di legno, è fatta di cioccolata amara ed ingiusta, altro che d’avorio e luccichii. E lamenta che bambini da un giorno all’altro spariscano come fossero rottami, obbligati a farsi forti tra le foglie delle piante di cacao.
La cioccolata, Amara non l’ha mai assaggiata. In effetti non sa bene che cosa sia, ma non gli dispiace che gli alieni possano identificarli con facilità dall’alto dei loro pianeti rotanti.
Eppoi, dice suo padre, la cioccolata è una pasta dolce, il cibo degli dei.

E i miei amici – conviene fra sé e sé – sono meglio degli dei.

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