Banale a Natale

23 dicembre 2010 § Lascia un commento

Le banalità che si dicono a Natale non mi hanno mai infastidito.
Il fatto che tale fenomeno non fosse altro che un marchingegno ideato per mettere in moto la cassa continua, per salvare i commercianti dalla crisi, i politicanti dai doveri di assemblea, i lavoratori dalla morsa degli stipendi risicati, i bambini dal sobrio grigiore del non esagerare non mi è mai sembrato un problema reale.

Non che non condividessi la piatta verità di queste opinioni che il rigore della logica porta ad affermare senza fronzoli o merletti. Semplicemente a Natale ho sempre avuto la testa impegnata altrove.
Ad arrivare il prima possibile a gennaio per esempio.
Colpa degli affaticamenti nelle botteghe e nei supermercati dove prestavo servizio stagionale e cercavo di prendere il meglio spremendo il succo di agave con il cervello, immagazzinando e provando a riversarlo sui fogli di carta. Inventando, mentendo, raccontando, costruendo storie parallele che potessero spiegare (e giustificare) la mia presenza lì, oltre all’obiettivo venale di guadagnarmi le vacanze di agosto.

Quando al posto del supermercato la mia testa si è sistemata tra le spalle sempre ritte nonostante i pesi, politici ed economici, di una bottega di commercio equo e solidale, ho smesso di sentire il bisogno di giustificazioni.
Il tempo di Natale quando le ore si susseguono sul tapis-roulant dell’acquisto compulsivo è anti-newtoniano: il corpo decide il peso che il tempo ha su di sé. Sceglie quanto pesare e quanto alleggerire l’umore di chi quel corpo lo usa. Ore interminabili spesso paiono più infinite di quanto ci si aspetti. Altre volte sembrano schizzare via e le cose da fare spariscono in una bolla. Le hai fatte tutte. Ti mancano ancora tutte ma sei inspiegabilmente stanca, con la schiena dolorante e le spalle che sorrette dai muscoli s’attaccano al collo, tese e pronte ad accompagnare il braccio ovunque il cervello o il consumatore lo domandi. E non riesci ad uscire di lì leggera, ché se hai ancora le forze di fare qualcosa, di certo domani avrai meno da sistemare. Convinzione più che logica ferrea. Le cose da fare non finiscono mai in una bottega di commercio equo. Te le porti a casa, ci popoli sogni, incubi e discorsi.

Ritengo sia il senso che il commercio equo e solidale veicola a salvarmi.

Siano le sicurezze che la vendita natalizia non è fine a sé stessa. Ma è l’unica alternativa per quelle cooperative che prefinanziano con mesi di anticipo la produzione di un progetto di lavoro in Mozambico, Sri-Lanka, Ecuador. Perché altri possano lavorare, certi che qui, nella vecchia e ricca Europa, il loro lavoro verrà riconosciuto e apprezzato, gli oggetti e gli alimenti incuriosiranno l’acquirente, senza che il diritto ad una retribuzione equa resti vittima di quelle condizioni spazio temporali involontarie che chiamiamo costo della vita.

Se il Natale sia una macchina salva economia, io non lo so. Se il consumismo vuoto del regalo per forza, del regalo per il regalo, del regalo di scorta, sia giusto o meno, non voglio dire nulla. Fatico sui giudizi di valore e prediligo i valori di verità. Ho sempre faticato sul giusto o sbagliato, spesso passando per qualunquista o senza opinione.

Certo è che il commercio equo e solidale e i lavoratori che fanno parte dei progetti di lavoro pre-finanziati da piccole e grandi cooperative nostrane ringraziano e sopravvivono. E se la macchina del Natale può arricchire i grandi proprietari e creare paradossali squilibri, mi consola che il commercio equo sia immune da tutto ciò.

Certo, non senza sforzi e rinunce.

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