Via dei matti numero quattro_#4

11 dicembre 2010 § Lascia un commento

Jacopo sorseggia il suo quarto o quinto caffè. La scusa per stare svegli o la droga che risveglia le sinapsi e consente al cervello analogie agostiniane. L’acrobata fermo a pensare stenta a stancarsi e produce magie e cadute di stile.

Lui sta lì, faccia al vetro opaco della finestra. Deve scrivere cosa sente. Anche se sente solo rumori. Gli si è chiesto di registrare orecchie e cuore. Calibrare il cervello con la sensazione immediata.

Vanessa puntuale alle sedici bussa la porta.
– Come andiamo? – fa cenno levandosi lo zaino e raccogliendosi i capelli in una coda stretta. – Non c’è male. Ho sentito poco niente oggi. Posso riavere il cellulare? –
Vanessa fa segno di no con la testa.
– Non me ne occupo io. Non chiedermi favori che non posso farti.
Le consegna il quadernetto. Poi attacca un motivetto famoso di Tom Waits.
– Jacopo, hai visite. Di là, nella sala comune. Su va’. Sto qua a leggere le cose, ne parliamo quando rientri.
Di malavoglia si infila la felpa ed esce dalla stanza.
Marghe lo aspetta in sala comune, una camicia a maniche corte per il riscaldamento che impenna.
Sembra sola e la cosa lo rincuora.
Segue un bacio d’ufficio sulla sua fronte. Ma il contatto con la pelle di lei gli frega la testa. Comincia il ballo dei mostri e non c’è più spazio per i convenevoli.
Le urla attirano l’attenzione e un uomo alto sulla quarantina con un camice stropicciato lo sposta di peso verso la stanza da letto. Dentro Vanessa si alza di scatto. Scivolano a terra quaderno e matita.
– Aiutami a metterlo sul letto.
– Lo devo annotare, Vanessa lo devo annotare. Ho sentito. Ho sentito. Scrivilo.
Vanessa guarda il dottore senza fare domande. Il dottore non si volta sistema il ragazzo sulla branda. Lo tiene fermo. E lei addormenta Jacopo con la solita pozione infernale.

Dorme e scivola nel letto bagnato. Si sfrega su Marghe cercando conforto. Ma il rumore delle lenzuola contro la pelle è forte come le mani sul microfono acceso quando la sala musona attende in silenzio la proclamazione.

Talvolta Vanessa è gentile.
Anche se è solo una psicologa malpagata.
È quello con Jacopo un cazzo di stage che nemmeno si è scelta.
Aveva chiesto di lavorare con i ragazzini lei.
Le hanno dato quello che c’era.
Un ragazzo che non ci sta troppo con la testa, le hanno detto.
E lei ci si era affezionata lo stesso.
Ed ora, con il contratto scaduto da mesi, continua imperterrita a voler vedere in Jacopo quello che nessuno vuole vedere. Un caso di intuizione uditiva tutta interna al suo corpo e alla sua anima sfilacciata. Si fa raccontare ogni cosa. Incubi, incontri, paure. Nei periodi di internamento riesce ad osservarne ogni minima reazione. Quando sta fuori se la fa raccontare. Scrivere. Mimare.

Jacopo ora sembra trasparente disteso sotto le lenzuola. Ogni attività del suo corpo pare sopita. Gli hanno levato il cellulare da due giorni perché di notte le scriveva un messaggio dietro l’altro, per tutto quello che sentiva. Facevano un gioco per capire se fossero rumori fuori o dentro di lui. E di notte lui ne sentiva più che di giorno.
– Che cambia, dentro o fuori di me – le aveva detto una sera mentre leggevano insieme la sintesi del giorno precedente. – Come scusa? – Vanessa non aveva voglia di tornare tardi quella sera.
– Voglio dire, sento delle voci, dei rumori. Che questi siano dentro o fuori di me che importa? Importa che li sento e mi fanno fuori il cervello. Va abbassato il volume, non dovete addormentarmi il cervello, riordinate queste cazzo di frequenze che non riesco a non sentire – Lei l’aveva guardato dura. Anche se affascinata, cominciava ad essere insofferente alle solite domande.
– Dobbiamo capire se sono rumori veri Jacopo. Potresti sentire il tuo cervello lavorare, per esempio. È un rumore vero anche se dentro di te. Ti senti cantare. Senti il rumore che fa il tuo cervello quando pensa, i tuoi organi quando funzionano. Sono rumori veri? O sei matto Jack ed è un altro tipo di problema, una cosa tutta diversa? Mi segui? –

Jacopo non la seguiva.
Guardandola leggere le sue note, stanca e accaldata, con ancora la giacca e lo zaino sulle spalle Jacopo aveva sentito il sangue andare dalla parte sbagliata.
Scendere, scendere, scendere ancora. Una cascata di liquidi lenti, come il Mississippi.

E urlando come un matto le si era gettato sopra.

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