Via dei matti numero tre_#3

6 dicembre 2010 § Lascia un commento

– Fuori!!!
Impreca contro quella porta del cazzo.
– Vanessa, esci di lì o la spacco a calci questa – calcio – porta – calcio – di – l’ultimo calcio è a vuoto e Jacopo quasi perde l’equilibrio.
Le ante si aprono appena, ne esce un frate corpulento. I polsi nei pugni paiono guantoni da sfida.
– Jacopo tornatene a casa, è mezzanotte passata. Va’ a dormire che ci vado anche io.
Il frate gli asseconda i movimenti e lo ruota verso la strada allagata dalla luce d’arancio di Milano la notte. Lo squallore periferico dilaga. Jacopo si sente morire.
– State cantando, là dentro, fatemi entrare – osserva.
– Jacopo per piacere, non dire sciocchezze. Non c’è nessuna funzione è notte, buon Dio. Levati di qui.
– Inni. Cantate inni al Signore. Fatemi entrare a tutte le ore.
Canta mentre lo fissa con gli occhi vitrei, di un blu annacquato che paiono grigi come un fondo di lago. Le foto dei quotidiani o gli occhi dei cani dispersi ai semafori.
– Vanessa vestita di bianco cotone, la prego, mi ascolti, frate. La prendo e la riporto a casa. Non faccio rumore.
– Nessuna Vanessa. Jacopo ho perso la pazienza. Eccoti il tuo ritorno, pagati la metro. Basta che non ti fai vedere più qui, mentre strepiti come un cretino e mi svegli la gente dell’isolato. E vieni di giorno, la prossima volta.
Chiude la porta di colpo, senza rimorsi. Gli inni paiono un uccello lontano.
Jacopo resta fermo lì fuori. Ansimante. Il porticato rimbomba del suo fiato pesante.
– Non mi vuoi, va bene.
Sussurra con i palmi appoggiati al legno tiepido, il parquet verticale di un loft ruotato di novanta gradi. Col pianoforte a coda, equilibrista provetto. Uno stile bizzarro e sommesso, si dice. L’hai sempre avuto mia cara. Biascica. S’asciuga la saliva con i gomiti.
Fili di ragnatela gli impiastrano la faccia.
Mani in tasca raggiunge il marciapiede di lato.
Poi cammina come uno zombie, dietro la cometa pakistana al neon di un kebabbaro più stanco di lui.
Mentre mangia, le orecchie si dilatano e un fruscio gli penetra i timpani. L’onnubilamento piacevole di chi apre la bocca e sente di meno. Ma Jacopo si guarda le spalle e si volta di continuo. Si sente seguito. O sono le sue suole che fanno il verso ai suoi passi.
Si chiede.
Qualcuno lo segue, ne sente il respiro ritmato.
Deve essere lei.

Lei che ha fatto la notte.
Ha fatto chiusura.
I turni, le ore piccole.
Ha perso il cellulare, le chiavi, il fumo.
Ha bucato una gomma e si trascina a casa a piedi come un coglione.

La sua bicicletta lo segue come un dobermann fedele.
Fino a Maciachini. E oltre.

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