Via dei matti numero due_#2

3 dicembre 2010 § Lascia un commento

La testa gli rimbalza sul vetro, ma Jacopo dorme e tutto il trambusto fa parte del sonno.
Non certo del sogno, che inizia e finisce senza avvisaglie e ti lascia da solo a gestirne il contenuto. Squilla il telefono, il suo corpo sussulta e l’attenzione ricalibra l’attorno.
– Pronto – fa lui col suo fare da orso. Ma la cornetta tace e Vanessa lo fissa dal sedile davanti – Hai la vibrazione? – Jacopo fa cenno di no con la testa e ripone il telefono in tasca. Non ha la vibrazione. Deve essersi sbagliato.

Il passante infila tre fermate filate sotterranee e si inchioda a Porta Venezia. Jacopo scende tra il frusciare delle giacche leggere e pesanti d’ottobre. Nasconde il mento nel bavero della giacca e punta dritto verso il negozio di acquari. Entra e si scusa per il ritardo cronico dei mezzi pubblici. Vanessa alza le spalle e fissa il computer come ipnotizzata. Sta tentando di riservare quel volo per Marrakech da una decina di minuti, la pagina stenta a caricarsi.
Jacopo, come suo solito, scende al piano di sotto e spegne e riaccende l’interruttore generale. Le luci al neon delle vasche si rianimano piano, una dopo l’altra. Senza alcun rispetto per la consonanza armonica dell’universo che è per definizione il più perfetto misuratore del tempo. Riparte il rassicurante ronzio di un impianto elettrico funzionante. Come a rammentare che è Dio che decide.

Una vasca defilata resta al buio. È bruciata di nuovo, conviene Jacopo spalancando le ante dell’armadio. I suoi occhi scorrono inventariando forme e superfici delle scatolette di cartone verdigialle alla ricerca di una lampadina di ricambio.
– Dove trovo le UVB al 5 per cento? – Grida voltato in direzione delle scale.
Vanessa non risponde. Jacopo si irrigidisce e da un calcio al terzo cassetto che si apre solo coi suoi modi violenti. Dentro solo lampadine fluorescenti. Il filtro blu scuro disegna nell’acqua effetti da aurora boreale. Opta per una di quelle da 9 watt e la monta sul supporto buio. Le rane cornute di pietra ascoltano i suoi gesti. L’avvitare lesto di Jacopo rimbomba tra le pareti di vetro. Lui chiude gli occhi e sente qualcosa tuffarsi nell’acqua e allontanarsi sul fondo.

È l’udito che guida le rane alla ricerca del compagno. Il gracidare del maschio incanta e conquista la femmina muta. Ma la rana cornuta rifiuta l’avvitare di Jacopo e lo stridere della lampadina contro la lamina la disturba come uno sfregare di posate.

Talvolta le rane cornute si accoppiano per giorni.
Jacopo ha una voglia che gli comanda la testa.

La lampadina non vuole avvitarsi. L’appoggia sul tavolo.
Con uno scatto afferra la rana e se la appoggia sulla cerniera dei jeans. Con la mano la blocca per non farla scappare. Lei si muove sopra di lui.
L’immagine plastica non lascia scampo né sgombra la mente. Resta fermo con gli occhi aperti e fuori fuoco, per un tempo incalcolabile e senza audio.
Poi la rana gli scivola tra le dita sul pavimento. Non importa. Jacopo grida forte e chiama Vanessa, perché Vanessa scenda. Nessuno risponde. Di sopra solo il russare dei filtri e il borbottio delle bolle d’aria che scalano l’acqua pesante.

Jacopo, sudato, sale.

Il computer nero lo interroga, pare essere spento da giorni. Con lo schermo protetto da una spessa membrana di polvere.

Deve essere partita per Marrakech.

– Scusi, ne ho bisogno tre scatole – Jacopo non si è accorto, ma un cliente gli indica una soluzione acidificante riposta sullo scaffale dietro la cassa. Annuisce alla richiesta e scende al piano di sotto. Apre l’armadio. Apre il primo cassetto e prende il prodotto richiesto. Risale.
– Ecco, mi scusi non so usare la cassa. Credo rientri a breve la ragazza che fa gli scontrini. Mi deve scusare.
L’uomo pare impassibile. Ha fretta di uscire e paga in contanti senza scontrino.
-Arrivederci –
-Arrivederci – fa lui, con i soldi di carta sporca appiccicati al palmo della mano.
La porta s’apre e si chiude, un vento che taglia guadagna terreno e giunge fin sotto la maglia di Jacopo.

Una t-shirt dei faith no more. Sopra i suoi quasi trent’anni suonati.

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