Una storia di precisione

28 settembre 2010 § Lascia un commento

Camminare su quel pavimento poteva dare alla testa ai non esperti del mestiere.
Maturo sapeva come spostarsi senza rischiare capitomboli in assolo.

Aveva imparato a sfruttare gli angoli convessi, i soffitti in fuga, gli scalini faticosi perché fuori misura. Sapeva come aprire il frigorifero senza farlo traballare. Silenziava le bottiglie di vetro separandole con la gomma piuma. L’aveva visto fare in una serie tv di avvocati, dove un tubino di donna si dipingeva le unghie dei piedi rosso scarlatto senza farle combaciare tra loro. Non le unghie certo. Le dita. Diramarsi dai talloni uniti sul tavolo a formare un cuore di carne indurita che l’avrebbe sostenuta come in un carillon. Un ottimo simbolo da fazione politica aveva convenuto un pomeriggio alle urne, davanti a schede elettorali mute, piene di spazi in cui scrivere e disegni schizzati senza alcuna premura.

Quella casa era fatta col culo, gli aveva ripetuto Mirabel dal momento in cui l’aveva visto sorridere serafico e poi annuire impettito al locatario che lo stava apertamente fregando.
Lei, quella bettola l’aveva scansata a dovere, preferendo di gran lunga l’appartamento al piano di sopra e dall’altra parte del pianerottolo per evitare una fuga di sfighe trasmessa per osmosi da quel loculo.

I mezzanini erano buchi tra un piano e l’altro, non erano veri appartamenti. E non sarebbero servite le pezze dell’ultima ora. L’attacco del modem in bagno, era segno che il bagno lì forse una volta non c’era. Non un modo per sfruttare gli spazi. Questione di predisposizione. Del luogo abitato e non di chi lo abitava.

Maturo non si curava di tanta scomodità e non era abbastanza arguto da vederne i lampanti difetti. Tentava di vivere al meglio nonostante il pendio verso sud che gli rovinava le digestioni. Si difendeva come poteva: le piante crescevano alte come draghi ad est sul terrazzo che dava sul parco sgombrando il terreno dallo smog della circonvallazione. Intanto intere famiglie di fiori incolori sgomitanti nei vasi mietevano vittime tra gli avventori dell’ovest.

Le pareti sfoggiavano un verde stentato che alla luce pareva virare al marrone: conoscenza ed illuminazione, Maturo ne era il figlio unigenito. Temeva che una volta fuori di lì, privo del verde che calma e ripara, la sua scienza e le sue nozioni l’avrebbero abbandonato impedendogli di ricordare informazioni di base quali il suo numero di piede o se avesse già fatto o meno il battesimo dell’aria. Riteneva che se avesse imbiancato casa, l’igiene sarebbe stata totale. Comprendendo gli spiriti buoni e cattivi, gli odori dei precedenti inquilini, i cookies di firefox e tutti i nickname dei suoi portali. Con l’imbiancatura sarebbero spariti hai dimenticato la password e il nome sul citofono. E l’anonimato no grazie, non faceva per lui che firmava in stampatello per evitare malintesi.

Mirabel considerava il feng shui una puttanata.

Preferiva lavorare su una scrivania ampia e libera. Un ripiano opaco e nero perché non le desse mal di testa a furia di luci riflesse e raggi ultravioletti e sfondafinestre. Porta di fronte o cuscino a nord, poco importava. Le premeva che le persiane fossero chiuse per non soffocare di caldo nel sonno. E il ventilatore acceso, altezza busto, terza tacca, senza basculazione da film dell’orrore.

Viveva da sola a Lambrate per scelta di sua sorella che era partita per Barcellona smettendo di pagarle metà affitto. – La casa non è tua Miri, puoi scegliere di andartene – le aveva riferito gracchiando dalla cornetta di un telefono pubblico spagnolo – Ma puoi mantenerla, ne sono certa. Non me ne sarei andata se non lo fossi stata – Questa premura invece di rincuorarla la mandava in bestia. Aveva riattaccato blaterando un faicomevuoi molto incazzato. E, per tutta risposta, le aveva spedito il Nokia che aveva scordato sul divano, direttamente in Spagna senza indicare l’indirizzo di recapito che nemmeno conosceva. Così, tanto per fare una bastardata e sfogarsi su qualcuno senza darlo a vedere.

Non che sua sorella fosse la coinquilina ideale. Stava sempre fuori e se tornava era per dormire in un letto e non spaccarsi la schiena a casa di amici. Rientrava la sera tardi, spesso accompagnata da avventori dell’ultima ora. E usciva prestissimo, per raggiungere il politecnico dove seguiva un gallinaceo corso di moda. Mirabel non la giudicava e tantomeno aveva da ridire sull’allocazione del suo tempo libero.

Aveva anche approfittato di qualche accompagnatore che, la mattina, si era intrattenuto più a lungo del previsto. Un paio di ragazzoni trovando Mirabel ancora in casa invece di Diana, non si erano tirati indietro alla proposta di una sveltina con un avvocato in carriera con qualche anno in più di esperienza alle spalle, quale di fatto lei era.

Maturo disapprovava il sesso senza atmosfera. Non era l’improvvisazione che lo disturbava, era l’impreparazione dei partecipanti. – Cosa ti fa credere che io sia impreparata? – Tuonava lei davanti ad un cheeseburger senza cipolle. Maturo alzava le mani in segno di arresa. Non avrebbe voluto inferire nulla a riguardo, trovava semplicemente inadeguato proporsi a qualcuno senza notare che la disposizione della casa, i colori delle pareti, la quantità della luce filtrante dai vetri e l’orologio biologico di una donna non erano variabili controllabili senza preparazione e avrebbero potuto influire negativamente sul risultato. Non si sarebbe dunque stupito se Mirabel si fosse lamentata delle prestazioni insoddisfacenti dei protagonisti, in quanto l’energia latente sarebbe stata mal utilizzata – Sembrerebbe non essere il mio caso Maturo, puoi metterti il cuore in pace – lo aveva tranquillizzato lei, una volta sbollite le ire iniziali. Poi, con l’occhio sull’ora alla parete severa, aveva chiesto alla cassiera di dividere il conto per due.

La sera tardi, prima di addormentarsi, Maturo innaffiava tutte le piante ad est approfittando della luna che slittando dietro i pannelli pubblicitari smetteva di inondargli quello sputo di balcone. Allo scrosciare lento dell’acqua nei vasi, Mirabel s’alzava dal divano e fumava l’ultima sigaretta in sua compagnia, affacciata al balcone senza proferire parola, osservando Maturo come un dio cartesiano. Lui, ignaro di essere controllato, trafficava goffo in ciabatte con la canna dell’acqua. Quello era uno dei momenti in cui Mirabel si sentiva meno sola e cercava di godersi appieno ogni tiro, prima di ripiombare sul divano e fumarsi l’ultima cicca per davvero, da sola questa volta, davanti ad un episodio in differita di Scrubs.

Una mattina di agosto, Mirabel ricevette una telefonata.

Era una chiamata su skype, di questo Maturo era certo. Il suono era riconoscibile per la meccanicità del trillo che all’orecchio pareva una motosega silenziata. Incerto sul da farsi, tentennò sul pianerottolo che non condividevano. Quello che così inappropriatamente chiamava pianerottolo erano due gradini sopra e due gradini sotto la sua porta d’ingresso. Gran bella fantasia, non c’è che dire. Maturo salì le scale e appoggiò l’orecchio alla porta di Mirabel. Lei non parlava, sembrava un annuire o un ascoltare distratto. Poi il clack del chiavistello coincise con l’ipotetico aggancio di una cornetta inesistente.

Maturo se la vide ad un tiro di schioppo dal muso. Mirabel pareva un manichino di cera.
– Se posso esserti d’aiuto – bofonchiò lui due gradini sotto il livello del pianerottolo. – Ho solo un paio di commissioni da sbrigare, ma posso rimandare – aggiunse, rincarando l’imbarazzo di entrambi. Mirabel perpetuava un’immobilità che poco le si addiceva. Qualcuno suonò al citofono. I due sussultarono. – Credo mi stiano aspettando, con permesso Maturo – e sgattaiolò giù per le scale dimenticando la porta aperta e, convenne Maturo a giudicare dal ritmo forsennato del bip che cominciava a trapanargli la testa, il caffè nel microonde acceso.

Dopo il fatto della telefonata, Mirabel non si fece vedere per settimane. Maturo aveva cominciato a sospettare una fuga volontaria verso un paradiso fiscale. Ma dopo aver hackerato le password di primo e secondo livello del suo conto in banca, si era messo il cuore in pace, poiché gli ottomila euro di sudati risparmi non valevano una sortita nemmeno nel principato di Monaco. Dal canto suo sentiva l’assenza di Mirabel come un fastidio. Un sassolino nella scarpa che insisteva sul tallone e ne minava il principio di pienezza.

Il caldo sbiancato non aiutava. Maturo arrancava fino alla fermata dell’autobus ogni mattina sbocconcellando il suo toast di malavoglia. Mangiava di meno da quando l’estate di gran carriera lo aveva scovato, bianco e molliccio, davanti ad un porno in costume, di infima fattura. Ed ora che anche Mirabel aveva tagliato la corda, era inorridito dall’incompletezza. Sua e del suo intorno fisico e sociale. Aveva cominciato col riempire ogni angolo vuoto dell’appartamento con una pianta elegante ed alta abbastanza perché la luce filtrante dai vetri potesse sfiorarle per intero le chiome Ascoltando e riascoltando la radio in negozio si era finalmente deciso a chiamare in onda e partecipare ad un concorso radiofonico. Il pretesto di tentare la fortuna con il fine segreto di ritagliarsi la notorietà necessaria per lanciare un SOS di allarme per la scomparsa della sua vicina.

Tutta quella smania di riempimento di buchi sembrò funzionare perché una mattina Mirabel parve tornare al suo posto, con i tacchi sullo zerbino e il poncho impermeabile per gli acquazzoni improvvisi appoggiato sul portaombrelli.

Si incontrarono sul finto pianerottolo mentre lei impregnata di phard s’apprestava a portare nel locale pattumiere un cactus che aveva bevuto troppo.

– Fa un po’ vedere – Mirabel gli mostrò l’interno della pianta ormai inclinata su un lato. Sollevandola appena, i due scorsero la sostanza verdognola e viscosa colare e convennero che fosse cosa buona gettarlo nella spazzatura. Si salutarono con un sorriso e ognuno riprese deciso la propria direzione. Lei scese di gran carriera lui salì di corsa fin su sul tetto come la Sofia Loren dei tempi andati. Si disse che la stessa urgenza che aveva spinto Mirabel a scendere lo aveva obbligato a salire. Due piani a testa, per mantenere un’entropia longitudinale. Lo slalom tra i panni stesi sostituito da una ragnatela di paraboliche. E nessuna scena d’amore, a fare da sfondo al suo affanno da sforzo.

Da lassù Milano pareva disfarsi.

Il mattino seguente Mirabel decise di fare un salto dal suo vicino in negozio. Ma sì, perché no. Non era mai entrata in quella botteguccia anonima schiacciata a sinistra da un’autorimessa per la riparazione di scooters. A fatica ne raggiunse l’entrata, sbarrata com’era dai motorini parcheggiati in obliquo. Maturo confezionava un bouquet di carciofi con della rafia aranciata. Mirabel lo chiamò cinguettante, sventolando il braccio sulla sua testa, coi braccialetti di ferro che si arrampicavano fin sotto i gomiti. – Maturo cosa ne dici? – Maturo non capiva a cosa si riferisse. Poi la guardò meglio. La maglia turchina nascondeva un pancione roteante e sodo. E l’ombelico lo puntava come una magnum. S’asciugò le mani umide e camminò verso di lei con le mani in alto. – Sono praticamente a metà dell’opera. Ti va di cenare da me questa sera? –

Si era cacciata in un bel pasticcio. Invitare a cena maturo senza sapere cucinare due uova al tegamino. Mirabel scorreva le pagine elettroniche del suo notebook come fosse un elenco telefonico. Troppo lungo. Troppo difficile. Troppo pesante. Troppi ingredienti. Era rimasta seduta tutto il giorno, dopo la capatina da Maturo, di ritorno dall’ospedale.

Si accese la prima sigaretta della giornata che erano le sei. Fu una di quelle giuste. Che portano ispirazione e se ne vanno in un soffio. Pasta tonno e limone. E un dolce di yogurt e mirtilli caldi. O anche freddi. Il tutto l’avrebbe tenuta impegnata per una mezz’ora a dir tanto.

Maturo suonò puntuale alle otto il campanello del pianerottolo.

Ma aspettava là fuori da una decina di minuti. Si era sorbito tutta like a virgin da sotto la doccia sul falsetto della Madonna vera. Lei venne ad aprire vestita di nero. Lui si nascose dietro il cespuglio di amarillidi che parevano trombette rosate.

Lui le raccontò della radio e del principio di pienezza. Lei di una malattia che correva più veloce del suo bambino. Pareva condannato da Achille a restare ai blocchi di partenza. – All’inizio dell’estate mi hanno dato sei mesi, Maturo. Lui ne ha ancora quattro davanti a sé. – Maturo si chiese chi aveva deciso. Che per nascere servisse più preavviso che per morire. Mirabel ipotizzò il suo medico o il destino. Maturo rimase perplesso e le propose di fare l’amore. Mirabel la ritenne un’ottima idea. La stanchezza delle cure ultimamente le aveva investito le membra fin sotto le ossa, ma fino a prova contraria la leucemia non era contagiosa. E aveva bisogno di un sano piacere.

Maturo la accarezzò con le mani acri di tonno e amarillidi. Poi si baciarono coi denti violacei di mirtillo e imbarazzo. Con la brezza di settembre che strideva sul vetro si accasciarono sul pavimento di legno e chiodi, vecchio ma caldo di luce d’interno.

La mattina seguente Mirabel si svegliò all’alba. Fumava riflessa sullo specchio tra il lavabo e lo scolapiatti. Vicino alla finestra spiava Lambrate svegliarsi come un ippopotamo che lento guadagna la superficie. Maturo non si era chiesto di chi fosse Achille, né se ci fosse qualcosa da fare per lei. Non le aveva domandato se la chemioterapia la stesse aiutando, se stesse andando al lavoro. O spiegazioni su cosa fosse la leucemia. La sua non reazione e il suo calcolo meramente temporale l’aveva spiazzata ed ora si era un po’ irrigidita. Maturo la raggiunse poco dopo. Le chiese se voleva del the bianco. Mirabel annuì distratta massaggiandosi la pancia. Poi si sedette, le tremavano le gambe. Maturo scese al mezzanino e risalì in un lampo.

Mentre l’acqua gorgogliava nel bollitore, la raggiunse a tavola e apparecchiò per due. Filtrò le foglie di the e riempì le tazze. Ne bevve subito un sorso per scottarsi la lingua. – Credo di aver capito Mirabel – Mirabel, bianca e con le rughe luminose del mattino lo guardò in attesa di un continuo. – Se muori non sceglie nessuno. Se nasci, sceglie qualcuno per te. E questo qualcuno ha il diritto di avere un preavviso – Maturo parve soddisfatto, ed entrambi continuarono a bere dalle loro tazze fumanti.

Poi Maturo scese le scale, prese toast e giubbotto e corse alla fermata dell’autobus.

Con sei mesi di preavviso, nonostante fosse fradicio di dolore, si era sentito rinascere

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