Qualqilya esiste

30 agosto 2010 § Lascia un commento

Correva l’anno duemilaequattro quando scrissi il mio primo racconto.
Il cesareo parlato di un’ immagine scioccante.
In questa sera di fine estate eccomi a scartabellare sulla rete fino all’incontro casuale con questo articolo.
Con questa città incredibile e il suo muro senza fine. O inizio.
Dolci e duri entrambi, come il marmo di carrara bianco pesca.

Non è colpa di nessuno

Le luci di Qualqilya erano lontane. E Qualqilya affogava nella nebbia, o forse era la nebbia che la soffocava. Questo si chiedeva Hadin, appeso al davanzale della finestra mentre masticava la cannuccia attorcigliata del suo succo alla pesca, arrancando in un pigiamino troppo lungo e pulendosi le goccioline della bocca con i gomiti.

Qualqilya da lì, sembrava lo stadio del Milan, anche se lui in realtà lo stadio del Milan non l’aveva mai visto. Però il Milan avrebbe dovuto avere uno stadio più o meno così.

L’avrebbe sicuramente raccontato a Nahed l’indomani a colazione.

L’ombra della cannuccia era spaventosamente lunga a terra, oltre la finestra, e movendo le labbra Hadin riusciva a scrivere il suo nome per intero sui sassi…Beh non proprio per intero. Se aggrottava la fronte poi, le labbra si increspavano e l’ombra a terra diveniva corta, troppo corta, quasi un pallino costretto a frantumarsi contro il muro appena sotto il davanzale e lui doveva sporgersi e dondolare per vederla ancora. Ma se sorrideva… Se sorrideva l’ombra si impennava veloce verso il cielo infinito e in un istante raggiungeva le stelle, minuscole e inarrivabili. Le stesse stelle che stavano aggrappate al cielo sopra Qualqilya e forse, pensava Hadin, le stesse che illuminavano il lunedì sera a Gerusalemme Est.

Continuando a sorridere e facendo con la cannuccia il solletico a Dio, Hadin balzò a terra e si infilò nel letto mezzo sfatto. Sperando di dormire, almeno stanotte.

Il sole si sa, sveglia prima la periferia e poi il mondo intero. Ma questa volta sarebbe stato Hadin a svegliare il sole.

Sei anni. Era il suo giorno.

Lasciò il letto caldo e uscì veloce sulla strada, i piedi nudi e la cannuccia umida appiccicata alla guancia. Con lo sguardo pieno di mattino salutò Nahed che anche stavolta l’aveva battuto sul tempo. Niente colazione insieme, dunque.

In effetti, mai lui e Nahed si erano seduti a tavola l’uno accanto all’altro: inizialmente aveva pensato che Nahed lo evitasse o non lo volesse vicino per via delle mani che lui puntualmente dimenticava di lavare, ma poi, vedendo che anche lavandosele non otteneva un bel niente, Hadin si era tranquillizzato raccontandosi di avere semplicemente orari differenti. O meglio: Nahed li aveva diversi da lui e lui, anche impegnandosi, non riusciva ad averli uguali a quelli di Nahed.

E poi in cucina c’era una sedia sola. In tutta la casa c’era una sedia sola.

Ed era la sedia di Nahed.

Lo seguì con lo sguardo fino a vederlo sparire in fondo alla strada, avvolto dalla polvere e dalla terra che la sua camminata sbilenca sollevava ad ogni passo.

La cannuccia cadde a terra esausta.

Hadin non si mosse: aspettava immobile che decollasse il sole, segno che il suo compleanno era finalmente arrivato. Aspettò. Seduto sul ciglio della strada con lo sguardo attento di chi aspetta l’unico treno per casa. I piedi stretti nelle mani nel tentativo di riscaldare almeno una parte del corpo. Gli occhi nascosti sotto le palpebre spiavano l’alba tra una ciglia e l’altra e il respiro irrequieto imitava il sibilo di un vento invernale. Era in ritardo. Hadin si risolse ad entrare, accontentandosi di aspettare il suo ospite fissandolo attraverso il vetro della finestra.

Ad un tratto una timida luce fece capolino da dietro il muro: e sul volto di Hadin Dio dipinse un sorriso indomabile.

Corse in cucina e lavò via i rimasugli della notte e dei suoi cinque anni che ancora gli macchiavano gli occhi. Pieno di entusiasmo s’arrampicò sul tavolo, afferrò la scatola dei biscotti di Nahed e ne rubò uno. Due, perché era il suo compleanno. Tre, perché era grande ormai. Quattro, per non lasciarne uno, tutto solo, nella scatola.

Scese in fretta, nascose la scatola vuota sotto la stufa e tornò alla finestra.

Mentre faceva tutto questo, il sorriso di Dio rimase indelebile sul volto di Hadin.

Se il sole ogni mattina era in ritardo, da qualche mese ormai, era sicuramente colpa del muro.

Un giorno non c’era nulla, ma ecco che il giorno dopo, per piantare il reticolato, avevano sradicato una cinquantina degli ulivi di Nahed e il resto era rimasto dall’altra parte, sull’altro lato della strada, insieme al nome della via e alla signora delle galline che abitava davanti a loro. E che ora si era portata via anche l’indirizzo che prima condividevano.

E ogni notte i riflettori delle torrette di guardia illuminavano il suo letto come un palcoscenico, e Hadin la sera non riusciva proprio a addormentarsi. E allora gironzolava come un ubriaco per casa, spiando dalla finestra sul retro i soldati israeliani, cercando di indovinare il colore dei loro occhi, nascosti sotto una visiera che, pensava, senza sole era davvero inutile. E quando tutt’intorno c’era troppo silenzio, e la staticità nell’aria gli dava la nausea, Hadin correva in camera e si gettava contro il davanzale dove Qualqiliya lo attendeva, luccicante e disarmata, immersa in un bagliore intimamente suo.

E, alla vista di quello spettacolo gratuito, ad Hadin brillavano gli occhi, luccicanti e disarmati. Disarmati per davvero.

Quella mattina la nebbia si stava portando via tutto.

Hadin si vestì in tutta fretta, litigando con le maniche e anche un po’ con i polsini che rimanevano inesorabilmente appiccicati ai gomiti. Poi, con passo svelto, si diresse verso

il letto, ci infilò sotto il braccio e trascinò con sé il vecchio pallone di Nahed.

Cominciò a giocare facendolo rimbalzare sul muro invisibile, che si distingueva a fatica tra le nuvole basse.

Bam, bam, bam e la Cisgiordania intera stava in silenzio ad ascoltare Hadin: perché quando il muro parlava in quel modo ad un bambino, non c’era proprio niente da aggiungere.

E Hadin si meravigliava, davanti alle nuvole che inconsistenti sapevano rispondergli con tale violenza, e allora calciava più forte e più forte quelle gli rispondevano.

Ad un tratto la palla tornò indietro con più forza e Hadin cadde a terra tramortito.

Quando aprì gli occhi, il cielo lo stava guardando.

Sentendosi eccessivamente osservato, Hadin si alzò, barcollò e ricadde seduto.

Stanco di quel continuo saliscendi, balzò in piedi una volta per tutte e, con il mondo che attorno girava, si diresse deciso verso la porta chiudendosela con forza alle spalle.

La casa era intimamente vuota. Un silenzio solenne avvolgeva ogni cosa. Hadin s’avvolse nella tovaglia credendo di essere un fantasma con la voce doppiata dal vento.

Poi il fantasma cominciò ad avere nostalgia del suo pallone e tornò ad essere un bambino vero. Con la voce che sopraffaceva quella del vento.

Affacciato alla finestra ricominciò a lanciare la palla contro il muro di nebbia, con le mani, questa volta. Bam, bam e al terzo lancio il muro non rispose più.

Ora che finalmente il muro aveva smesso di parlare ad Hadin, almeno Israele potè svegliarsi.

Hadin sentì le voci dall’altra parte, ma non capiva cosa dicessero. La sua palla sicuramente poteva vedere la faccia di quelle voci. Anzi, magari quelle voci si stavano rivolgendo a lei.

Rughe di preoccupazione disegnarono sulla fronte di Hadin tre righe parallele, proprio sopra il suo naso gelato.

Hadin irrequieto aspettò. E Israele indifferente tornò a dormire. Poi la rabbia gli salì fino alle orecchie, che divennero rosse di delusione.

Uscì e prese a calci le nuvole, con le lacrime agli occhi, goccioloni enormi che si mangiavano con prepotenza i frammenti di nebbia.

Picchiò il muro con le mani, i piedi, la testa e le ginocchia. Niente.

Chiamò a gran voce Aslam, che magari tra una gallina e l’altra avrebbe potuto rilanciargli il pallone. Niente.

Sconsolato si sedette a terra, la schiena appoggiata al muro e la testa che affogava nel maglione. Con il respiro Hadin si teneva al caldo e con le lacrime risciacquava le guance sporche di terra. Il suo singhiozzo era l’unico accompagnamento al sibilo del vento.

In quella atipica melodia mancavano assolutamente delle chitarre. Anche questo avrebbe detto a Nahed al suo ritorno. E mentre il trascorrere dei pensieri lo consolava, gli orologi di Qualqilya inseguivano le ore mattutine.

E dopo un po’ la palla tornò.

Aslam era vecchia, la sua camminata fragile, il suo passo malfermo.

Hadin incredulo ringraziò e corse verso il pallone.

E mentre la signora delle galline rientrava a casa e Hadin compiva sei anni, Israele e la Cisgiordania continuavano a rigirarsi nel letto e ad ignorare che il sole, ormai, era sorto da tempo.

[Quello che mi rimane, Giraldi Editore, 2008]

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