Limes (confini)

25 giugno 2010 § Lascia un commento

Lo so che prima o poi si accorgono.
É chiaro che ora Sara torna e mi trascina con sé di peso.
Posso anche frenare con i talloni rigidi a terra, tanto non serve a niente: mi sporco come un cretino.
Ma finché non succede resto qui, seduto nell’erba scomoda, a controllarmi i nerini in mezzo alle dita dei piedi. Guardo infilarsi le formiche e le forbici che muovono coda e culo come pin-up del regno animale. Se provo a stringere le dita tra loro, muoiono soffocate.
Di là impazza la piscina di giugno. Ricolma di grida, come un mattatoio deluxe.
Ma io non ci sto a passar sotto il giogo della doccia dolce, gelido spruzzo multiplo che diviene cascata, sulla mia schiena gracile. Allo specchio mi vergogno, sembro un insetto senza arte. Un coleottero senza smeraldo. Trofeo da barattolo e scarto, nemmeno la gloria da esposizione sotto-vetro.

Devo ammettere che l’attesa è snervante.
Ho la nausea e cominciano pure le fitte allo stomaco. Sento le ossa del deretano pungere sul terreno. E un odore di erba bagnata misto a cloro e sudore che mi scala le narici puntando dritto verso il cervello.
Eccola che arriva. No, mi cerca ma non mi vede.
Tengo la testa abbassata. Giù, il collo e gli occhi bassi a sfiorare la punta dell’alluce mentre mi sfrego di continuo le mani sui piedi.
La nausea aumenta, mi sembra di fare rumore sudando. In mezzo ad un fragore immane.
Do l’ultima occhiata, fatale.
Viene verso di me, cazzo.
La schiena ricurva dondola.
Sara mi afferra il braccio a metà tra la spalla e il gomito e mi strattona fino a sollevarmi da terra. Blatera in una lingua che non conosco mentre si dirige verso la doccia a bordo vasca. Il pedaggio dei bagnanti.
Arriviamo sul limite, io la guardo livido in volto. Gli occhi vitrei di un viso giocattolo, pieni di lacrime tridimensionali. Le non mi guarda, ma io la vedo tripla.
Mi tira con sé, con forza sotto lo scroscio.
L’acqua si infrange sulle mie spalle puntute.
E io mi vomito la bile addosso.
Sulle ginocchia sui piedi sul costume striminzito, sulle mani di Sara.
L’acqua trascina the e biscotti molli insieme alla mia vergogna.

Pausa.

I contendenti riprendono fiato.
L’orchestra in silenzio attende un segnale.
Poi Sara allenta la stretta. Si sciacqua le mani e mi pulisce la bocca e il corpo con l’acqua della doccia senza spingermi di nuovo sotto. Io inerme e duro non muovo un muscolo. Sento il cuore sordo frusciare nei timpani. Le dita dei piedi terrorizzate e ricurve, paiono sassi incollati alla carne.
Sara mi accarezza la testa e canta parole dolci e robotiche.
Si schiude ogni mio arto stanco.

E una miriade di insetti invade la doccia.

«La libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere»

[A. Jodorowski, Quando Teresa si arrabbiò con Dio.]

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