Rapina Lebanche

27 maggio 2010 § 1 Commento

Rapina Lebanche capitò di maggio.
Un mese di mosche e mollezza stentata, nel giallo d’uovo delle campagne del sud.
Dal giorno in cui nacque, Rapina fu subito sola, ché in paese non vi erano bambine femmine con cui dividere i frutti maturi. Attorniata da ragazzetti sudati, crebbe silenziosa e mascolina, coi denti tanto bianchi che al mordere dei fichi sulle sue labbra sembrava luccicare la rugiada.
Suo padre, diceva nonna Ruta, era un continentale bandito, che le aveva rubato la figlia.
E che dopo aver figliato se n’era ripartito per la Francia. Là dove il mondo finisce e s’inghiotte gli uomini sciocchi. Buoni solo a seminare vergogna.
Si volle così che Rapina portasse cucito il nome del furto sul documento d’identità, accanto al cognome del ladro di doti.
Nonna Ruta lo scelse. Perché fosse monito nei tempi a venire. E chiaro fin da subito a chiunque se la prendesse che s’appropriava d’un frutto indegno. Ché, lo sa Dio, se nonna Ruta di malocchio e disgrazie non ne aveva avute abbastanza!

Rapina, di per sé, sembrava non curarsene.
Nel caldo di luglio, col sole verticale sul copino scuro se ne stava spalle nude sulla strada provinciale ad ascoltare il ronzare degli insetti. L’asfalto ribollente scioglieva le suole delle scarpe. Lei accatastava cesti di plastica grigia sull’uscio di un supermercato. Il corpo a repentaglio tra le porte scorrevoli. Ripescava carrelli vuoti. Accumulava avanzi e borse di plastica sgualcite. Incolonnava forme di formaggio, vasetti di vetro, bastoni di pane, ravioli in offerta speciale. Poi si trascinava fino al benzinaio al bivio fra il sopra e il sotto di un paese geloso, aggrappato alla roccia con gli artigli d’un rapace. Il sotto. A mare, dove le auto svoltavano una volta raggiunto quel luogo innominato che nemmeno compariva sul loro atlante stradale. A monte, dove in pochi s’attardavano. E ancora meno vi risiedevano. Maledicendo l’estate e alzando i calici sullo sfondo di un possente Suttanacciu.
Rapina parlava quel dialetto a puntino. Faticava col francese d’ufficio. E leggeva l’italiano sui giornali dimenticati sulla panca d’attesa della corriera. Poi li impilava ben bene, si strappava una ciocca di capelli robusta e li annodava tutti assieme in colonnine quadriformi poste ai lati della panca.

Che Rapina fosse stramba, non era cosa dell’ultima ora. A guardarla dar forma e simmetria ad ogni oggetto le capitasse a tiro pareva francamente inopportuna.
In paese, presto detto, ognuno la riteneva, seppur a denti stretti, matta da legare.
Si diceva fosse masca. A cavallo di bastoni. Prostituta di basso borgo. Chiromante e negromante.
Incurante del vociame, la ragazza dava sfogo alle manie più strampalate: impilando sassolini, mezze-penne, pentolame a guisa di mattoni o costruzioni. Nonna Ruta inizialmente la guardava di soppiatto, quando ancora a quattro zampe, stritolava le formiche coi ginocchi e tornava sui suoi passi per far delle sue prede mattoncini inusitati per disegni modulari. E così che sul terreno, pezzettin per pezzettino, accostava formiche malconce ad arte, da far invidia ai madonnari di città.
Quando poi si fece donna, nonna Ruta aspettò e aspettò. Col ticchettio del tempo che le metteva tutto un pruder di chiappe. Aspettò che qualcuno si facesse avanti per chiederle la nipote in sposa e portarla in continente, poiché non restassero donne in età da marito in paese, né bimbe in culla, che questa era la sorte a di cui erano in ostaggio.
Non vi era memoria di ragazzette vissute in paese senza che la testa non se n’andasse prima ancora che a diciassett’anni potessero prendere la via del mare.
Vi era stata Violeta. Di padre ispanico e madre sconosciuta. Vissuta con un fratello burbero di primo letto. Violeta di Spagna che, si diceva, mangiasse radici e poppanti durante banchetti notturni. E utilizzasse il grasso d’infante fuso per oliare bastoni stregati. Col benestare del fratello s’impiccò su una rupe assolata, all’ombra di un albero del pane solitario. In paese le costruirono un’aiuola fiorata, come era d’abitudine fare con i militi ignoti delle guerre degli altri.
Vi era stata Simone, figlia di niente, apparsa una mattina di fine settembre. Se le si domandava la provenienza, lei si diceva esser donna mercante di fortuna e futuro.
Fu nonna Ruta un dì a domandarle le sorti dell’avvenire. Simone non disse nulla che il futuro era magro e tagliente e nonna Ruta era meglio ne rimanesse all’oscuro. Tempo dopo, i mali della gente la spinsero al volo. E fingendosi nottola di Minerva, sfidò il Libeccio dell’ovest. Umido e violento, le lisciava i capelli corvini mentre volava controvento, anticipando un futuro già vuotato della vita. Una nuova aiuola in fiore le fu dedicata, questa volta a sud del paese, perché i venti violenti potessero smuoverne la terra impregnata di sangue prematuro.
Per questa e per altre storie di donne fuori di senno, nonna Ruta scrutava l’età di Rapina, come si fa con l’uva del Rappu, vino prezioso e raro come le femmine del paese maschio.
Rapina a quindici anni era scrutata da tutto il paese. Vi si cercava un checché non andasse, in quella testina nera di pece. Si voleva vedere del male, ma si stentava a riconoscerlo davvero. C’erano solo le manie dell’impilare ad inchiodarla nella sua stramberia. Rapina, si giustificava da sé. Diceva che aveva bisogno di ordine fuori per una sua vita disordinata all’interno. Diceva che se avesse avuto sia padre che madre a levar pieghe ai vestiti e lucidare l’ henné della chioma, avrebbe potuto esser più caotica fuori e più ordinata nel ventre. Questione di equilibrio, spiegava a Nennì, che incartava pane e salame per la pausa pranzo dei suoi operai. Nennì, annuiva attento, ma la bile nera della tradizione era più forte di qualunque consiglio e gli invadeva cervello e pensiero.
-Rapì, tu devi prendere la via du mare – le ripeteva ogni volta che la ragazza con la bocca colma di pane non poteva proferire parola. – Che qui, tu sarai pure bisognosa di ordine, ma il futuro non è caro con le femmine in età da marito – Rapina annoiata ribatteva che non si facesse influenzare da li sciocchi, che lei al solo pensiero di una barca per Marsiglia le veniva il mal di mare. E a Genova nemmeno ci voleva andare. Che coi venditori d’ isole non aveva nulla da spartire né, tanto meno da quelli, aveva qualcosa da imparare.
Fu così che mese dopo mese, Rapina cominciò a rispondere a tono a chi la dava per spacciata in un paese maschio che si mangiava le trovatelle del continente con l’aiuto del vento e del mare, anch’essi poco avvezzi alle novità, conservatori e paesani.

Solo i ragazzetti, suoi coetanei, talvolta le davano corda, ché non vedevano poi tanta differenza tra lei e loro essendo cresciuti fianco a fianco sulle strade di sassi ed erba ingiallita del paese a monte. Col divieto familiare di scendere a mare, per i pericoli e la gente straniera e sconosciuta che non parlava il Suttanacciu e s’esprimeva a gesti per domandare indicazioni elementari.
Fu dapprima Gioacchino dei Sardi a prenderla in simpatia e raccontarle dei pensieri suoi privati. Rapina, impilando sassetti salati, l’ascoltava muta e alla fine della chiacchierata l’umore di Gioacchino pareva migliorato, nonostante la ragazza non avesse detto nulla. Poi fu la volta di Robert, che col fatto d’aver combinato un pasticcio con una straniera del paese a mare temeva di doverne pagare conseguenze poco piacevoli. Rapina, questa volta consigliò, rifletté, stese un piano e indicò a Robert quale fosse la strada da intraprendere. Convennero insieme che fu quella della preghiera. Non fu chiaro a quale dio, se dei boschi o dei cieli, se a un dio uomo o a uno spirito della terra. Fu così che di mese in mese si trovarono alla chiesetta del molo a cantar nenie in una lingua improbabile, sulle panche di un rudere dei tempi addietro che fungeva proprio al caso loro. Della donnetta nulla più si seppe e Robertino e Rapina brindarono insieme alla scappatella mal riuscita, poiché d’un figlio a quell’età, il ragazzo proprio non ne necessitava.

Nonna Ruta intanto chiudeva a vapore i barattoli delle conserve per l’inverno che tardava a farsi sotto. Le giunse voce in fretta di quei riti iniziatici che la nipote organizzava in compagnia dei compari maschi nel paese. – Ruta, sembra pure che lo facciano alla chiesetta a mare – Le fu detto da Roncacciu Risuolascarpe, mentre insieme rientravano da una raccolta d’erba medicale andata a buon fine. Nonna Ruta ribollì per la vergogna e quando Rapina si sedette a tavola per la cena faticò a guardarla in viso e tenne gli occhi bassi sulla zuppa, speranzosa che il cucchiaio sbagliasse direzione, e potesse accecarla col bollore di quel liquido giallognolo. Ma al termine del pasto, mentre la ragazzetta impilava ciotole sporche sulla destra del lavabo, nonna Ruta non poté più trattenersi e cominciò a grondar lacrime salate e candeloni dalle narici.

A Rapina fu chiaro, appresa la ragione della detta reazione, che quel paese maschio aveva sempre più bisogno di lei.

Tranquillizzò la nonna, spiegandole l’affar suo, che sui libri in italiano di quel pirata di suo padre era scritto a grandi lettere ch’era bene chiacchierare con la gente bisognosa d’ascolto e soluzioni. Che fungeva da espiazione, una sorta di ricarica e iniettava nei temperamenti lassi una buona dose di buon umore. Nonna Ruta sospettosa, a stento si fidava di ciò che era scritto sui libri appartenuti a quel poco di buono, ammaliatore ladro di vergogne. Anche se certo era che, se fosse riuscita a rintracciarlo in continente, avrebbe potuto spedirgli Rapina con tanto di dote, in modo che la ragazza potesse avere qualche chance d’esplicare al mondo queste sue strambe teorie del parlare ed ascoltare. Chissà mai che potessero esser buona cosa e convertir pure i francesi alle buone tradizioni dell’intelligenza Còrsa.

Che non si trattasse di stregoneria, ma che Rapina fosse fata poteva pure essere possibile.

Fu così che sentito Roncacciu, fu steso un piano perché Rapina fosse inviata a Marsiglia in compagnia del figlio di quest’ultimo affinché nessun francese potesse crederla sola e disponibile alle voglie del momento. E una mattina di gennaio, quando le nubi basse di un cielo sgombro di uccelli e luce parevano impigliarsi con gli spuntoni lignei della nave, Rapina fu imbarcata imbacuccata come un bozzo in compagnia di Duccio Scarpa e di un dizionario di francese poiché durante il viaggio memorizzasse quante più parole riuscisse, leggendole con ordine, impilate l’una sotto l’altra su quel tomo verderame che era appartenuto ad un nonno sconosciuto.

Nulla più si seppe di Rapina Lebanche.

Duccio Scarpa divenne gran mercante di tabacco, dopo che Rapina lo mollò solo e senza una lingua condivisa, all’entrata d’una vetrina che pareva vendesse niente. Lei apprese fin da subito che si trattava di un’agenzia di lavoro provvisorio. Ossia di persone che sedute dietro ad un tavolo ascoltavano il bisogno del malcapitato e cercavano una mansione che potesse fare al caso suo. Quanto poi durasse tale incarico, Rapina lo ignorò, poiché poco o niente conosceva di quel luogo d’oltremare. Pensò solo che per quel ragazzetto di poco minore di lei era bene ricercare qualcosa che non avesse a che fare con le scarpe. Infatti, dopo le lunghe chiacchierate sulla nave, Rapina aveva recepito quanto fosse ingombrante l’eredità d’un padre calzolaio e che ciò non fosse bene per Duccio che di passioni sue ne aveva eccome, e che già a quindici anni era, di sigari e sigarilli, grande intenditore.

Rapina esplorò Marsiglia e li suoi abitanti come fossero de’ casi da scoprire e analizzare. Qualcuno disse fu psicologa dei ricchi. Che risolse le magagne delle teste un po’ strizzate che poco a poco ritrovarono un’armonia tranquilla. C’ è chi la vide avvocatessa. A difender donnicciole dai soprusi dei mariti e da coloro che volevano decidere per loro.

Al paese di Rapina non si parlò quasi più.

Robertino e Gioacchino, suoi compagni dell’infanzia, partiron per l’Italia. Uno solo rientrò poco tempo dopo, perché avuto un figlio maschio non c’era motivo di restare in quella terra inospitale. L’altro, in paese, cominciarono a chiamarlo maledetto e donnaiolo: tre figliole al seguito e nessuna moglie. È rimasto chissà dove ad attendere tempi migliori.
Nonna Ruta sospettosa al tramonto guardava spesso in direzione del mare. Col timore di vedere Rapina ritornare senza un uomo da sposare e una bambina da accudire. Ma più spesso vedeva solo i gabbiani posati sulla rupe scura ad attendere le corrente d’aria buona per spiccare il volo come s’addice a maestri d’ aeronautica.

Fu una mattina di marzo, col sole che a stento sbracciava all’orizzonte per farsi vedere dai suoi figli marinari, che nonna Ruta s’ammalò di colpo. Roncacciu Risuolascarpe fece un intruglio medicale dopo un giorno e una notte di ricerca delle erbe necessarie. L’accudì come col bestiame in procinto di partorire. Le raccontò che era giunta nuovamente una donnetta dalla Spagna. Si diceva fosse masca ma stavolta si sbagliavano. Gli occhi neri quasi cechi e grandi orecchie puntute per l’ascolto delle voci. Delle alucce sul suo dorso e una gonnella corta corta. Con lei un uomo possente, figli maschi, un buon lavoro, grandi mani per stendere la pasta e dita agili per aprire le sardine e ficcare il brocciu nelle loro pance vuote.
Tutto ciò le raccontò, ma nonna Ruta moribonda ormai a stento rispondeva con i tremiti delle palpebre. Se ne stava tutto il dì coricata a pancia in su. A gesti scongiurava di aprirle la finestra al tramonto perché potesse ascoltare i gabbiani e capire quale fosse il volo buono soltanto percependo le vibrazioni delle ali tese nell’aria frizzante del mare a primavera. Roncacciu le disse che aveva de l’indizi e che la donna poteva pure esser Rapina poiché, a conti fatti, l’età poteva essere quella della giovane. Ruta sorrise e sembrò rilassare le membra. Non domandò di vederla poiché le forze la stavano abbandonando e, pensò Roncacciu, forse di Rapina, a distanza di quindici anni s’era scordata pure il viso.

Una mattina se ne stava tranquillo, fumando sull’uscio della bottega, in attesa della prima visita quotidiana a nonna Ruta che avveniva al suono delle campane di mezzodì. Quando fu colto da un senso di colpa nero e corposo per tutte le bugie dette alla povera Ruta e corse al paesello a mare a confessarsi ché a monte nemmeno il prete avevano più. S’era stimato ci fossero più peccatori fra turisti ed avventori e prete e perpetua s’ erano trasferiti di sotto in una casina vista mare che faceva gola a molti.
La donnicciola giunta qualche settimana addietro era masca fin sotto la pelle e lui, il prete e tutti in paese sapevano di quei suoi riti iniziatori giù al molo. Sentiva le voci con quelle orecchie maligne, ripeteva parole di consolazione che suonavano per quello che erano. Formule magiche e incantesimi neri. Altro che dita affusolate per tastare il formaggio. Mani buone solo al tocco infernale che fredda la pia gente e soffoca gli infanti. Nessun uomo con lei, solo il demonio con cui unirsi la notte quando la luna nuova adombra gli scogli e restano solo gli occhi felini ad illuminare la strada. Che fosse Rapina era uno spruzzo di vero in mezzo ad una rete di corbellerie.

Fu quella sera al tramonto che nonna Ruta sentì il vento cambiare.
Sentì i gabbiani spiccare un salto nel cielo livido che non seguiva il corso di sempre. Nulla vide. Solo le vibrazioni nell’aria furono subito chiare all’udito. Qualcosa impediva il solito volo a sfruttare i temperamenti più caldi. Forse un ostacolo ligneo o un corpo estraneo. Appeso a penzoloni, privato della vita, come un panno stropicciato dal Libeccio incauto.

Così se ne stava Rapina, corda al ramo dell’albero del pane e membra gelate
Ad ascoltare i lamenti dei gabbiani e le disarmonie dure.

Di una paese aguzzo e rude.
Ancora senza fate.

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