Asfalto tremante

4 maggio 2010 § Lascia un commento

il mio cervello perde da un buco
tanto che se t’affacci è una camera con vista su un colosseo di maccheroni
brand new chicca
dal mio cervello bucato.

Asfalto tremante

Matilde coi sacchi aspetta il suo turno riflessa sulle travi in vetro antisismico.

La trasparenza inganna, resiste come il metallo al terreno ribelle. Abbina bellezza e funzionalità come il suo taglio corto all’ultimo grido.
Ha borse alte come stampelle Matilde. E dita fini che paiono lame.
Tagliano i manici come i fogli di carta ledono la pelle secca dei polpastrelli.

Fuori piovono acido e terra. Sassi in disordine incanalano l’acqua. In discesa perenne scivola ai lati dell’asfalto ricurvo. Tremante novembre s’appresta a finire.

Matilde sbuffa, l’orologio lamenta le sei passate da trenta minuti filati. La gente s’accoda, si scoccia, è impaziente. Ed anche Matilde si sente di fretta. Poi finalmente gioca i gettoni. Spinge ogni abito nel buco nero.

Programma quattro, programma medio per delicati e colorati. Gradi quaranta, mai esagerare. Una sola centrifuga mediamente veloce. L’asciugatura no grazie, ci pensa il riscaldamento centralizzato del suo condominio anni sessanta. Poi casomai alla maglia giallina le dà un colpo col phon. Così se la mette per andare da Rufo.

Apre il suo libro “Medioevo di mostri” e attende il rumore rassicurante della partenza. Un decollo sul posto, diceva la mamma, per dirle di non sprecare l’entusiasmo a vuoto. Il monaco scribacchino, si dice là dentro, appunta i nomi di tutti i defunti. Sul grande rotolo di pergamena ordinati l’uno vicino all’altro senza virgole né spazi come una fine cornice ornamentale.

Il rumore rimbomba e Matilde sobbalza. Siamo partiti rammenta la macchina, questo è evidente, ripete tra sé.

Ripone il suo libro pancia in sotto, a mantenere il filo e il segno della storia del monaco. Poi guarda oltre il vetro dell’oblò: dal finestrino acqua e colori, paesaggio da brivido e schiuma che ruota. La nitidezza è nebbia dal vetro. Le vengono i brividi al pensiero d’entrarci.

Meglio starsene fuori ad aspettare la quiete, conviene Matilde grattandosi una natica. Il timer annuncia: 50 minuti di fuoco e torpore. Matilde sbadiglia, vorrebbe dormire.

Con un balzo di nuovo è sull’astronave, un balletto leggero e un rumore incredibile. Ma, si sa, che il silenzio non è cosa da tutti. Sibilava la mamma alla messa di Pasqua, furiosa per il suo vociare sommesso, mentre Matilde parlava in ginocchio. Eppure lei pregava sottovoce i suoi angeli custodi mentre sul palco strillavano campanelli.

Così lei riprende il filo dal segno e scopre che non tutti i nomi dei defunti del borgo venivano accolti sul rotolo dei monaci. Ma solo quelli della propria abbazia, per poi pregare ed offrire suffragi. Strano modo per risparmiare l’inchiostro, pensa Matilde ciondolando la testa. E cosi li spedivano alle altre abbazie, pubblicità per i defunti di ognuno. Tutti pregavano, chiedevano messe, compravano, vendevano reliquie e monili. Strappavano le anime dei morti ai demòni, imbronciati di grigio con ali di pipistrello.

Sul marciapiede lo vede arrivare. Un monaco blu con un torsolo di mela, mangia avidamente il suo frutto d’oro mentre un demone topo gli sorvola l’aureola.

Matilde spalanca occhi e orecchie: il demone topo le fa segno: shh silenzio! E mentre si porta le zampe alla bocca, lei vede le ali di pipistrello rachitico. Il monaco frena e saluta il fioraio, il demone topo gli frega la mela. Lui non s’accorge, Matilde protesta, ma il monaco è sordo e s’arrabbia con lei.

– M’hanno rubato il mio frutto bambina! Cosa nasconde in quel cappello rubino?

Matilde si guarda le sopracciglia e vede l’ombra d’una tuba non sua.

-No signor monaco, non è mia questa tuba e la sua mela ce l’ha il demone topo

Ma il signor monaco nulla comprende e per la sua via riprende il cammino. Il demone topo ridacchia sguaiato, gli scendono lacrime e spruzza saliva.

Matilde si bagna, trasale e si sveglia. Nessun demone topo a farle da guardia.

-Matilde, cretina, ti sei addormentata.

Si dice picchiando il pugno per terra.

Poi guarda l’oblò, i vestiti, l’orologio. Fuori è già notte ed è tutto in silenzio.

Matilde raduna i suoi sacchi da brava. Trattiene le lacrime con la forza dei grandi.

Sa che sono le otto passate.

Sa che l’han chiusa lì dentro di nuovo.

Sa che si sveglia per colpa dell’acqua, in memoria di un giorno in cui ciò non avveniva. E’ il demone topo che sputacchia malevolo, e bagna il suo viso di bambina dormiente.

Le diceva la mamma, se vuoi puoi dormire. Ti sveglio quando la lavatrice riposa, così mi aiuti ad impilare le cose. E Matilde dormiva tranquilla mezz’ora, poi la mamma le strizzava i vestiti sul naso e lei rinveniva come un panno seccato, dall’ultima volta che si son sciacquate stoviglie.

Alla fine la prendeva per mano e si usciva, trotterellando sull’asfalto possente.

Poi questa storia, l’asfalto tremante. S’inghiotte la mamma, un amico, un droghiere. Ma lei si ricorda di tutta sta storia, solo il cestello della lavatrice girare per ore. E proprio nessuno che la venga a svegliare.

Ora è ormai notte, s’attarda la luna.

L’Aquila dorme, Matilde è di guardia, seduta sui sacchi attende il mattino.

Tra le dita di lama, una mela iniziata.

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