Il Parco delle mosche

20 ottobre 2008 § Lascia un commento

Io. L’imperativo di dover restare se stessi, di ricostruirsi, se ci si perde nell’altro. Negli altri. Licenze poetiche fanno a botte con il correttore automatico del pc. Che, istituzionalmente, non esiste più. e non le voglio le maiuscole dopo il punto, cielo. non le voglio, ecco. mi piange l’occhio sinistro che ho dentro un sassolino, come nella scarpa, ma io ce l’ho nella palpebra. il momento migliore, oltre a te. quella passeggiata dove tu non c’eri, affogata, io, dal caldo di agosto, dalle due, dalle mosche e dal sole implacabile. dalle mosche, a migliaia. che metà nemmeno le vedevo, senza gli occhiali. non vedo nemmeno amtares e il cigno. Non vedo te, dove cazzo sei mentre ti cammino due passi indietro. ti giro in giro, per costringere la tua attenzione in un semicerchio con il perimetro che segue l’arco del mio corpo. che se mi parli smetto di lèggere. che se mi parli smetto di pensare e mi tornano via le sue immagini, leggère. e sotto la mia tenda, bagnata di condensa la mattina, al freddo dei mille e rotti metri del lago di campotosto. la prima notte, tutto questo freddo nelle gambe. ho dei problemi, nel tenere con me quello che viene da fuori. ad arricchirmi piacevolmente del fuori. tranne del freddo, che mi scortica lo spazio tra le dita. e del tuo freddo che mi formatta la mente, ti cancella e mi ribalta spazio-temporalmente indietro. Il rovescio dell’amaca. che devo fare io. che devo fare, sempre, io. ma la larghezza di campo imperatore, un’autostrada della polonia. da passeggiarci in ciao. poi ci restiamo e diventiamo vegetariani a forza di riso e di non voglia di fare la spesa, ancora. che le cose scadono subito. che io non scada ora, sotto il fumo della brace, sotto la luce terrosa dei camper che sgommano, dei cavalli che corrono, della mattina col vento e niente intorno. e niente intorno a saturare la mente, come un cotton fioc. nel cervello dopo uno sparo. seduta, una sigaretta per schiantare a terra una pressione che la montagna mi solleva e mi tiene a livelli normali. che mi sento forte, fisicamente forte. stretta nell’aria che sferza dopo il tramonto. su, a rocca di cambio, mentre scrivevamo il diario di viaggio, nemmeno la sentivo l’aria gelida. io. e voi che avevate tutti freddo. A colpi di vino.

poi il mare.

Solo spossatezza, fusi orari che si calpestano, sabbia negli occhi nel vento di pesaro. e le sdraio del mamamia. che sembra un circo di musica. senza un grammo di fumo, i neurosis da duecento metri, sembra di stare al cinema di melzo. che il cinema di melzo, dicevamo da piccoli, è l’apoteosi del dolby. ora non fa più differenza.

in silenzio, alle cinque nelle acque gelide di un fiume marchigiano, esco asciutta, come a lourdes. benedetto il gelo naturale. il pail della quechua.

un posto tranquillo.

tra le tue fibre.

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